Buongiorno!
Un piccolo scrigno d’oro, caldissimo. Una corazza dorata, ruvida e croccante. Al primo morso oppone una fiera resistenza, poi cede con un suono netto e irresistibile. Sotto la superficie si schiude un cuore morbido e compatto. Chicchi legati dall’oro dello zafferano o arricchiti dal bacio del pomodoro che profumano di burro e memoria. Nel profondo si nasconde l’anima: un ragù denso e profondo, cotto per ore, dove i piselli spiccano come smeraldi. In alternativa, una crema fluida di besciamella, prosciutto e mozzarella filante che si svela come un segreto prezioso. Il calore che sale, il sapore che avvolge.
In questo post, dunque, lo vediamo dalla foto, parliamo di arancini, perchè oggi è la Giornata Nazionale a loro dedicata.
Prima di tutto, però: arancino o arancina?
Questa disputa è una delle rivalità gastronomiche e linguistiche più accese d’Italia che divide la Sicilia in due blocchi geografici netti e affonda le sue radici nella storia, nella lingua siciliana e nell’interpretazione della forma.
A Palermo la specialità è rigorosamente rotonda e si chiama “arancina”. La forma e il colore ricordano in modo perfetto il frutto dell’arancia, da cui prende il nome.
A Catania il nome diventa “arancino” e la forma si fa a punta, per omaggiare il profilo del vulcano Etna, chiamato affettuosamente dai locali “iddu”, ovvero lui. Il legame non è solo visivo ma si scopre al primo morso. Quando l’arancino a punta viene aperto, il fumo caldo che esala dal riso allo zafferano ricorda i vapori del cratere. Il ragù rosso, denso e bollente che cola dal cuore della pietanza simboleggia in modo suggestivo la colata lavica che scivola lungo i fianchi della montagna. Oltre al romanticismo della leggenda, la forma conica risponde a un’esigenza di identità visiva nei banconi delle rosticcerie. Nella tradizione catanese, infatti, la forma serve a distinguere immediatamente i gusti: la punta classica custodisce il ragù di carne, mentre le varianti rotonde o ovali vengono usate per i ripieni “al burro” (con prosciutto e mozzarella) o al pistacchio.
Alla fine, poco importa che sia maschio o femmina, tondo come un’arancia o a punta come l’Etna. L’arancino non si spiega: si morde. È quel contrasto perfetto tra la corazza che scrocchia sotto i denti e il cuore caldo che profuma di casa, di zafferano e di domeniche in famiglia.
Mangiare un arancino significa fare un viaggio nel tempo e assaporare la storia dell’isola. La sapienza araba del riso aromatizzato si fonde con la panatura croccante nata alla corte normanna per preservare il cibo durante i viaggi. È il calore dei mercati di Palermo e Catania, il fumo delle friggitorie storiche e il profumo delle feste di paese che si materializzano in un unico, perfetto connubio di sapore.
Croccante fuori, filante dentro, imbattibile sempre. L’arancino è l’essenza stessa della felicità racchiusa in una panatura dorata. Che lo chiamiamo arancina o arancino, c’è un’unica sola regola che mette d’accordo tutti: va mangiato caldissimo, rigorosamente con le mani, e senza pensare a nient’altro.
Quando si parla di arancini ci vengono in mente Gli arancini di Montalbano, una delle opere più celebri di Andrea Camilleri. Ecco la scena.
La notte di San Silvestro si avvicina e il commissario Salvo Montalbano si trova intrappolato in un incubo: la fidanzata Livia ha pianificato una gelida vacanza a Parigi o a Viareggio. Ma il cuore (e lo stomaco) del commissario è già impegnato. Adelina, la sua fidata e burbera cameriera, gli ha fatto una promessa solenne: per Capodanno preparerà i suoi leggendari, divini e laboriosissimi arancini. Per Montalbano non c’è partita: la Tour Eiffel non regge il confronto con quella crosta dorata e croccante. Nasce così un piano di sabotaggio culinario d’altissimo livello. Montalbano inventa scuse varie e finti impegni di lavoro pur di restare in Sicilia e declinare l’invito di Livia. Il piano rischia di saltare quando i figli scavezzacollo di Adelina, Pasquale e Pippotto, finiscono nei guai con la giustizia, minacciando la serenità della cuoca. Il commissario muove mari e monti e risolve la situazione non per senso del dovere ma per proteggere l’armonia domestica e salvare la cucina di Adelina. Alla fine, tra inganni d’amore e indagini lampo, il commissario riuscirà a sedersi da solo nella sua casa di Marinella. Di fronte a lui, l’estasi: quegli arancini unici, senza zafferano ma intrisi del sugo di un ragù di carne sfilacciata a mano, che valgono più di qualsiasi viaggio nel mondo.
E quindi, anche noi oggi, proprio oggi, lasciamo perdere la dieta per un giorno, scaldiamo l’olio e celebriamo la vita 😉😍❤️
#PerCosaMiMeraviglioOggi #almenounagioiaalgiorno
Letizia Guagliardi
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