A quanto pare, i viaggi nel tempo piacciono molto quindi, oggi ne facciamo un altro: andiamo a vedere come è cambiato il nostro tempo libero nel corso dei secoli.
Capire la storia del tempo libero ci ricorda che lo svago non è una perdita di tempo né un semplice carburante per tornare a lavorare meglio. È lo spazio sacro in cui l’essere umano smette di essere uno strumento e torna a essere il fine di se stesso, l’unico momento in cui siamo davvero liberi di scegliere chi vogliamo essere.
Per i Greci e i Romani il tempo libero non era un semplice “riposo dal lavoro”. Era il fine ultimo dell’esistenza. Il lavoro era considerato una necessità degradante, mentre lo svago nobile era l’unico momento in cui l’essere umano poteva davvero definirsi libero.
In Grecia, il tempo libero si chiamava scholé (da cui deriva la nostra parola “scuola”). Non indicava il non fare nulla ma l’attività più nobile in assoluto: la cura dell’anima e della mente. Si passeggiava nei giardini dell’Accademia dialogando di politica, cosmo ed etica. Ci si allenava nudi nei ginnasi per raggiungere la perfezione fisica e l’armonia interiore. Si assisteva alle tragedie sotto il cielo aperto, un rito collettivo per purificare le passioni. Si beveva vino versato da coppe dipinte, ascoltavano poesia, musica e si sfidavano in giochi d’arguzia.
“L’uomo libero non deve vivere per servire un altro ma per coltivare se stesso.” – Aristotele
I Romani, popolo concreto e militare, inventarono il binomio perfetto: il negotium (gli affari pubblici, la guerra, la legge) e l’otium. Se la politica consumava le energie, il tempo libero serviva a rigenerare lo spirito ma, rigorosamente, lontano dal caos di Roma. I patrizi lasciavano l’Urbe per ritirarsi in sontuose dimore in Campania o sui colli. Leggevano i classici greci, scrivevano poesie e meditavano circondati da giardini curati e fontane. Passavano ore nelle terme pubbliche tra massaggi, bagni di vapore e conversazioni d’affari.
Oppure, camminavano nei portici guardando il mare e riscoprivano il silenzio lontano dalla folla dei mercati.
“Oh, quanta pace c’è qui! Nessun rumore di carri, nessuna folla. Solo io e i miei libri.” – Plinio il Giovane
Immaginiamo, ora, un mondo dove il tempo non è scandito dalle lancette dell’orologio ma dal rintocco delle campane e dal sorgere del sole. Nel Medioevo, il tempo libero non esiste come concetto astratto: lo svago è collettivo, viscerale e strettamente legato al calendario della Chiesa. Quando i campi riposano o le botteghe chiudono per una festa religiosa, l’intero villaggio si riversa nelle strade per scaricare la fatica con un’energia esplosiva e, a volte, violenta. Il divertimento medievale è una moneta a due facce: lo svago della taverna e della piazza per i contadini, e l’esibizione di potere nei castelli per i nobili. Per i contadini e gli artigiani, il tempo libero è un’esplosione di socialità che rompe la durezza della vita quotidiana. I luoghi cardine sono la piazza del mercato, il sagrato della chiesa e la taverna. Sotto si gioca accanitamente a dadi, a scacchi o alla mora. Le taverne, illuminate da candele di sego, sono il regno del vino, della birra e dei canti goliardici.
Interi villaggi si sfidano in partite brutali. Una palla di cuoio riempita di fieno deve essere portata fino al villaggio avversario. Non ci sono regole: si corre tra fango, boschi e fiumi, e i feriti (a volte i morti) sono la normalità. La piazza si popola di acrobati, mangiafuoco e menestrelli. Raccontano storie di cavalieri o recitano i fabliaux, storielle comiche e impertinenti che prendono in giro i ricchi e i preti. Durante il Carnevale tutto si ribalta. Per un giorno i poveri si vestono da re, un chierico viene eletto “Papa dei folli” e si celebrano messe parodistiche tra risate e fiumi di alcol.
Per l’aristocrazia, il tempo libero è un palcoscenico per dimostrare la propria superiorità sociale, la forza militare e la raffinatezza cortese. Ci sono i tornei cavallereschi, i grandi eventi del tempo, paragonabili ai nostri mondiali di calcio. Tra armature luccicanti, bandiere colorate e tribune gremite di dame, i cavalieri si sfidano a colpi di lancia per conquistare gloria, cavalli e riscatti. C’è la caccia col falcone, più che uno sport è un’arte sacra. Cavalcare nei boschi privati addestrando falchi e levrieri a cacciare prede è il passatempo preferito dei signori, regolato da rigidi manuali di comportamento. C’è l’amor cortese nei saloni. La sera, attorno al grande camino del castello, l’atmosfera si fa raffinata. I trovatori cantano poesie d’amore, si ballano danze di gruppo e si ascoltano i racconti del ciclo di Re Artù o di Carlo Magno.
E ora, invece, immaginiamo una città avvolta dalla nebbia nera della fuliggine, dove il fischio della fabbrica comanda la vita di migliaia di persone. Nel XIX secolo, la Rivoluzione Industriale frantuma per sempre i vecchi ritmi della campagna regolati dal sole. Nasce qui, tra i fumi di Manchester e Londra, il concetto moderno di tempo libero: uno spazio strappato con i denti ai turni di lavoro massacranti di 14 o 16 ore. Il tempo si spacca in due mondi opposti: la disperata valvola di sfogo degli operai e il fastoso palcoscenico della nuova borghesia.
Per le tute blu della prima metà dell’Ottocento, il tempo libero quasi non esiste. Ma con le prime conquiste sindacali e la nascita del sabato pomeriggio festivo, i lavoratori scoprono il diritto allo svago. È una corsa contro il tempo per dimenticare il rumore dei telai e delle miniere. Il pub diventa il cuore pulsante del quartiere. Non si va solo per bere gin o birra scura ma per trovare calore, luce, leggere i giornali e sfuggire a case sovraffollate e insalubri.
Nei cortili di fango delle fabbriche nasce lo sport più amato del mondo. Le regole vengono standardizzate e nascono i primi club calcistici operai. Il sabato pomeriggio lo stadio diventa un tempio di identità e appartenenza. Nascono, anche, i Music Hall, teatri popolari, rumorosi e fumosi, dove con pochi centesimi gli operai possono assistere a spettacoli di varietà, canzoni comiche, acrobati e satira politica, mangiando e bevendo durante le esibizioni.
Per i capitalisti, i banchieri e la nuova classe media che si arricchisce con l’industria, il tempo libero è uno status symbol. Bisogna “mostrare” la propria ricchezza attraverso il consumo della cultura e dello svago. Grazie ai treni a vapore, la borghesia inventa il turismo (come abbiamo visto nei due precedenti post). Nascono le prime località balneari (come Brighton o Rimini) e Thomas Cook organizza i primi viaggi di gruppo della storia.
Nelle città rinnovate, come Parigi, sfilare con cilindro e crinolina lungo i viali alberati, fermarsi nei caffè all’aperto o nei grandi magazzini, è il passatempo preferito della domenica.
La sera si va a teatro, ma non per lo spettacolo popolare: si assiste ai drammi o all’opera lirica nei palchi privati, un luogo esclusivo dove vedere e farsi vedere dalla buona società.
Mentre gli operai giocano a calcio, i ricchi si dedicano al tennis, al canottaggio o all’ippica nei loro club esclusivi.
Il viaggio del tempo libero attraverso i secoli ci rivela una grande verità: il modo in cui scegliamo di non produrre dice chi siamo profondamente.
Ogni epoca ha cercato nello svago una risposta ai propri bisogni profondi: il pensiero nell’antichità, la fede e lo sfogo nel Medioevo, l’evasione dalla macchina nell’Ottocento.
Oggi, nell’era digitale, viviamo una nuova rivoluzione. Abbiamo a disposizione più intrattenimento di quanto qualsiasi imperatore romano o signore medievale avrebbe mai potuto sognare. Eppure, la sfida contemporanea è forse la più difficile: in un mondo dove lo smart working, i social network e le notifiche ci rendono costantemente reperibili, il rischio è che il tempo libero si frammenti, diventando una “lista di cose da fare” o una vetrina da mostrare agli altri.
Ma questa è un’altra storia e ne parleremo nel prossimo post.
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