Il collage di Poppy Spring di oggi è un omaggio alla pasta fatta in casa. Pochi ingredienti, un pizzico di pazienza e tutta la magia di una tradizione che non passerà mai di moda. Perché il sapore di casa, alla fine, ha sempre la forma di un sorriso e le mani sporche di farina. E, ogni volta, affiora un ricordo.
Una bambina, in piedi su una sedia per raggiungere il tavolo, osserva le mani della nonna Maria: nodose, forti, eppure incredibilmente leggere. Una montagna bianca con un buco al centro, scavato con un dito. Le uova rotte nel mezzo, vive e lucenti come piccoli soli. Il primo timido movimento per incorporare la farina, senza far crollare gli argini.
Le dita della bimba che affondano nel viscido, tra risate e batticuore. Il peso del corpo della nonna che spinge sul panetto e, nel frattempo, insegna il ritmo del respiro. Il caos appiccicoso che, d’un tratto, diventa una sfera liscia, tesa e calda. L’impasto che si addormenta sotto una ciotola di ceramica rovesciata. Il bacio sulla fronte della bimba e l’impronta della farina sulla punta del suo naso. Quella bambina ero io. E, da allora, non ho mai smesso di fare la pasta.
Ogni formato di pasta ha un’anima, una voce e un modo unico di accogliere il sugo. Non sono semplici forme, sono architetture di gusto nate per celebrare la tavola.
Ci sono i formati lunghi – la tagliatella: tesa, porosa e fiera di tuffarsi nel ragù classico; il tonnarello: verace, ruvido e squadrato, nato per trattenere il pecorino e il pepe nero; lo scialatiello: un nastro corto e spesso, arricchito con latte e basilico; la lagana: antica e solenne, una striscia larga che sposa i legumi nelle calde minestre.
Ci sono i formati corti – l’orecchietta, il mignolo che scava la semola e crea una cupola perfetta per le cime di rapa; la trofia: un piccolo turbine di farina e acqua, attorcigliato a mano per catturare il pesto di basilico; i malloreddus: i piccoli gnocchetti, rigati sul fondo del cesto per accogliere il sugo di salsiccia e il cavatello: due dita che scavano l’impasto e lasciano un vuoto che si riempie di sugo alla campagnola.
Ci sono i formati ripieni – il tortellino: un ombelico d’oro che racchiude un segreto di carne, da gustare rigorosamente in brodo e il raviolo: un cuscino morbido di sfoglia che custodisce la freschezza della ricotta e degli spinaci.
Stendere la sfoglia non è solo un modo per preparare il pranzo.
È il nostro modo di dire ti voglio bene a chi siederà a tavola.
È la farina che profuma di casa, i segreti della nonna impressi nelle mani e quella magia che si ripete, generazione dopo generazione.
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Letizia Guagliardi
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