Educare alla Bellezza: siamo canne e la sorte è il vento

Il 25 maggio scorso ho avuto il privilegio di assistere a un concerto narrativo. C’ero andata con aspettative molto alte, soprattutto per due motivi: ero stata invitata da Erminia Madeo – una garanzia quando si tratta di eventi di questo genere – e perché mi stuzzicavano quelle due parole: concerto narrativo. Beh, devo dire che le mie aspettative, già alte, sono state di gran lunga superate.

E ho apprezzato anche la scelta coraggiosa: Grazia Deledda. Pur essendo l’unica donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1926 – un paradosso culturale enorme – è spesso poco studiata, anzi ignorata nei programmi scolastici – storicamente focalizzati su figure maschili come D’Annunzio, Pirandello, Svevo e Ungaretti – e nel panorama teatrale e cinematografico. Eppure…

Eppure c’è chi ha osato rappresentarla in una piccola piazza – quella antistante la Biblioteca “Carmine De Luca” di Corigliano Rossano (area urbana di Corigliano) e ha avuto anche l’dea di presentarla in un modo originale, accattivante e coinvolgente: un concerto narrativo. Lettura, recitazione, proiezioni visive, musica e canto per celebrare quest’autrice straordinariamente attuale da parte di artisti di alto livello: Elisa Zedda (voce e giocattoli sonori), Andrea Congia (chitarra classica/synth) e William Lenti (videoscenografie) dell’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti. Questo evento è stato previsto nell’ambito del Maggio dei Libri 2026, Progetto “Co.Ro. Città Narrante CUP: G34D25004710001” realizzato con il finanziamento del Centro per il libro e la lettura.

“Canne al vento” la Deledda lo scrisse nel 1913 e con questo titolo paragona gli uomini a canne fragili che si piegano ma non si spezzano, di fronte al vento del destino. In questo post voglio prendere in considerazione proprio il suo messaggio, presente nelle ultime pagine del romanzo:

«Non è una gran cattiva sorte la nostra? […] Perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì,» egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento».
«Sì, va bene: ma perché questa sorte?»
«E il vento, perché? Dio solo lo sa».
«Sia fatta allora la Sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto.

“Siamo canne e la sorte è il vento”: questa frase io l’associo sempre alla favola di Esopo L’ulivo e la canna”. L’ulivo, orgoglioso della sua forza, fermezza e stabilità, deride la canna che si piega a ogni soffio di vento, rimproverandola di essere debole e pieghevole. La canna, silenziosa e umile, non risponde alle critiche e si limita a ondeggiare. Quando arriva un forte vento, l’ulivo cerca di resistergli con rigidità ma finisce per spezzarsi. La canna, invece, piegandosi fino a terra senza opporre resistenza, riusce a sopravvivere alla bufera. Su cosa ci fa riflettere Esopo? Che chi è abbastanza flessibile da cedere di fronte a circostanze, avversità o persone più potenti, sopravvive e vince, mentre chi si oppone rigidamente rischia la distruzione.

Abbiamo assistito a qualcosa di veramente bello perchè è stato uno spettacolo catalizzatore di emozioni. È il tipo di bellezza che trasforma: l’ascolto musicale diventa un’esperienza immersiva e la narrazione drammaturgica si intreccia con i suoni, i canti, le parole e le immagini creando nuove prospettive e nuove riflessioni. Questo è, secondo me, uno dei tanti modi per insegnare la bellezza e a questo proposito prendo in prestito il monologo attribuito a Peppino Impastato nel film “I cento passi”:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sfregiati da grigi condomini, da prigioni di cemento armato, dalle autostrade, dai distributori di benzina che fioriscono come funghi nei posti più impensati, si dovrebbe contrapporre l’aiuto ai giovani e alla gente a riconoscere la bellezza. A difenderla. Dalla bellezza discende tutto il resto. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore“.

Pare che il giornalista, conduttore radiofonico e attivista politico italiano, celebre per la sua coraggiosa lotta contro le attività di Cosa Nostra a seguito della quale fu assassinato il 9 maggio 1978, non abbia mai pronunciato queste parole ma che importa? Possiamo comunque riletterci su.

Prima di tutto, si può insegnare la bellezza? Certo che sì. Si può educare allo sguardo, alla meraviglia e alla sensibilità. Si può trasmettere la capacità di riconoscere l’armonia, la dignità e la qualità nelle cose e nelle persone. In questo modo la bellezza diventa un’arma contro la rassegnazione e il degrado.

Come si educa lo sguardo? Passando dal semplice “vedere” all’osservare consapevolmente. Questo comporta allenare l’attenzione, la pazienza e la profondità di campo. Perchè ciò riesca bisogna rallentare, distinguere tra bellezza superficiale ed esperienza estetica e connettersi empaticamente con ciò che si osserva.

Nel nostro mondo frenetico non è facile riuscire a fermarsi per osservare i dettagli, i particolari e le sfumature di persone e luoghi. Soprattutto, non è facile resistere alla tentazione di scattare subito delle foto.

Come distinguere il bello che consumiamo dal bello che ci trasforma? Il primo è spesso legato al consumo, all’apparenza e a una gratificazione immediata, un bene di lusso, per esempio, che si esaurisce con l’uso. È il tipo di bellezza che colpisce subito lo sguardo, non richiede sforzo concettuale ma soddisfa un desiderio momentaneo. Non c’è vera profondità perché spesso si limita alla forma, al colore o alla moda del momento.

La bellezza che trasforma, invece, agisce in profondità, quasi come una rivelazione, e lascia un segno permanente nella nostra visione della realtà. Il nostro sguardo si trasforma, cambia la nostra percezione e impariamo a vedere la gentilezza, la profondità e l’autenticità. Soprattutto, il suo effetto è duraturo e continua nel tempo a stimolare pensieri o emozioni. E ci sprona a voler essere migliori.

Noi, quella bellissima serata del 25 maggio, ci siamo fermati, abbiamo osservato consapevolmente particolari, dettagli e sfumature e la bellezza ci ha colpiti dritta al cuore.

Letizia Guagliardi

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