#PerCosaMiMeraviglioOggi – Giuseppe Ungaretti: non vivere di lamento come un cardellino accecato

Buongiorno!

Immaginiamo di trovarci nel 1915, nel fango di una trincea sul fronte del Carso. Intorno a noi c’è solo il rumore assordante delle bombe, l’odore della terra bruciata e la presenza costante della morte. In questo scenario di distruzione totale, un giovane soldato di ventisette anni prende un pezzetto di carta stropicciato, il retro di una cartolina o un pacchetto di sigarette, e scrive una poesia. Quel soldato è Giuseppe Ungaretti e la poesia si intitola Agonia:

Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perchè di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato

Rendere pratici i versi di Ungaretti significa fare una scelta consapevole: passare dallo stato di vittima (il lamento immobile) allo stato di protagonista (l’azione consapevole).

Come possiamo applicare questo principio nella nostra vita di tutti i giorni?

Possiamo praticare, per esempio, la “Regola dei 5 minuti” per lo sfogo. Il lamento ha una funzione iniziale: serve a scaricare la tensione. Il problema sorge quando diventa un’abitudine continua. Quando succede qualcosa di storto, concediamoci esattamente 5 minuti per lamentarci, arrabbiarci o essere tristi. Cronometriamoli. Passati i 5 minuti, imponiamoci di cambiare focus e chiediamoci: “Qual è la primissima cosa, anche minima, che posso fare adesso per gestire questa situazione?”.

Il cardellino accecato subisce la gabbia senza poter cambiare la sua realtà. Noi, invece, abbiamo quasi sempre un margine di azione. Dividi i problemi in due categorie:

Cose che NON possiamo controllare: il traffico, il meteo, l’umore del nostro capo, l’esito di un evento passato. Accettiamole e non sprechiamo energie per lamentarcene.

Cose che POSSIAMO controllare: la nostra reazione, come organizziamo il nostro tempo, le parole che usiamo, le nostre decisioni presenti. Concentriamo il 100% delle nostre energie solo su queste ultime.

Il linguaggio che usiamo plasma la nostra mentalità. Il lamento continuo ci convince di essere impotenti. Sostituiamo, quindi, i verbi passivi o d’obbligo con verbi di scelta. Invece di dire: “Devo fare questo lavoro orribile, non ho scelta” (lamento), proviamo a dire: “Scelgo di fare questo lavoro oggi perché mi serve lo stipendio e, nel frattempo, valuto altre opportunità” (responsabilità).

Accettiamo il rischio del fallimento (la morte dell’allodola). Spesso ci si lamenta per evitare di agire, perché agire fa paura e comporta il rischio di sbagliare. Ungaretti preferisce l’allodola che muore di sete pur di volare. Non rimandiamo, quindi, una decisione o un progetto solo perché non è perfetto o perché potremmo fallire. Facciamo un tentativo imperfetto piuttosto che rimanere fermi a lamentarci che le condizioni non sono ideali.

L’accecamento è una barbara tecnica di bracconaggio che consiste nel privare della vista gli uccellini come i cardellini per massimizzare la frequenza del loro canto e usarli come esche per attirare altri volatili verso le reti o i fucili dei cacciatori. Un tempo, la pratica si svolgeva in due modi. L’accecamento termico, il più comune: si avvicinava un ferro o un ago arroventato agli occhi dell’uccellino. Il calore bruciava la cornea o il nervo ottico e rendeva l’animale cieco senza ucciderlo. L’accecamento meccanico: si utilizzavano spilli o piccoli strumenti taglienti per perforare direttamente il bulbo oculare.

Una volta accecato, l’animale perde la percezione dell’alternanza tra giorno e notte. Trovandosi in un buio perenne e in uno stato di costante terrore, il povero uccellino reagisce cantando in modo compulsivo e a volume altissimo a ogni minimo rumore, convinto che sia arrivata l’alba o la stagione degli amori. Quel canto, che per l’uomo è melodioso, è in realtà un grido di disperazione per cercare di localizzare il proprio stormo.

Ungaretti, circondato dalla morte reale delle trincee, scrive questi versi per ricordarsi — e ricordarci — che esiste una morte molto peggiore di quella fisica: la morte dello spirito. È la morte di chi si arrende, di chi subisce la vita senza reagire, di chi trasforma le proprie giornate in un piagnisteo continuo, rinchiudendosi da solo in una gabbia di passività.

Con soli nove versi, il poeta ci fa una domanda che scotta:

Tu chi vuoi essere? L’allodola che cade stringendo il suo sogno o il cardellino che consuma i suoi giorni a piangere nel buio?

La donna nella foto si trova in una stanza in ombra, davanti a una porta socchiusa da cui entra una luce accecante.

Deve decidere: rimanere al sicuro nel buio delle proprie lamentele (come il cardellino nella sua gabbia) o fare un passo verso l’ignoto e la luce, accettando il rischio della ferita ma conquistando la libertà?

Quante volte ci siamo trovati davanti a questa scelta?

Serena giornata!

#PerCosaMiMeraviglioOggi #almenounagioiaalgiorno

Letizia Guagliardi

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