Buongiorno!
Oggi, questa foto, ci ispira la bella riflessione che dà il titolo a questo post: di chi sono le parole che ci salvano?
Non appartengono a chi le ha intinte nell’inchiostro, né a chi le ha stampate sulle pagine fredde di un libro. Le parole che ci salvano non hanno un passaporto, non hanno un tempo e non hanno un padrone. Sono orfane che fluttuano nel mondo, finché non trovano una ferita in cui abitare.
Appartengono a chi, nel cuore della notte, accende la luce e trova in un verso lo specchio esatto del proprio dolore.
Le parole che ci salvano sono di chi le raccoglie da terra, le pulisce dalla polvere e le usa come un salvagente per non affogare. Sono di chi ne ha bisogno. Sono mie, sono tue.
Quando siamo con il cuore a pezzi o, al contrario, ci sentiamo così felici da voler esplodere. Quando abbiamo dentro un uragano di emozioni ma le parole sono bloccate in gola e non troviamo il modo di dirlo.
Poi, capita che apriamo un libro o ascoltiamo una canzone. C’è un verso o un piccolo brano, scritto di recente o magari secoli fa o a migliaia di chilometri di distanza, da qualcuno che nemmeno conosciamo. Eppure, improvvisamente, eccola lì: la nostra verità, stampata su carta. In quel preciso istante, avviene una magia. Quella poesia, quel brano o quella frase lì, in mezzo a tante altre, smettono di essere dell’autore. Diventano nostri.
“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”: questa frase viene pronunciata dal personaggio di Mario Ruoppolo, interpretato da Massimo Troisi, nel film Il postino del 1994. È una verità assoluta: la poesia si compie solo quando incontra i nostri occhi e le nostre ferite. Lascia stare i diritti d’autore dell’anima: se una parola ti salva, è tua.
La poesia non è una proprietà privata. L’autore è solo un tramite, un artigiano che scava dentro se stesso per dare una forma all’invisibile. Ma la poesia si compie davvero solo quando trova qualcuno che ne ha bisogno. In quel momento, la proprietà intellettuale si dissolve.
L’arte è un salvagente lanciato nel mare dell’esperienza umana. Non importa chi ha fabbricato quel salvagente, importa che in quel preciso momento sta tenendo a galla te. La poesia è di chi la usa per respirare, per capire se stesso, per gridare al mondo il proprio dolore o la propria meraviglia. È di chi le serve.
In fondo, i poeti non fanno altro che prestare le parole a chi non le trova. La prossima volta che un verso ci colpirà dritto al cuore, non limitiamoci a leggerlo: appropriamocene. Perché la bellezza non chiede il permesso, e l’arte non ha padroni.
È semplicemente di chi, in quel momento, ne ha più bisogno per respirare.
Serena giornata!
#PerCosaMiMeraviglioOggi #almenounagioiaalgiorno
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