Il titolo di questo post è, chiaramente, una provocazione e risponde a una frase che fa parte del celebre discorso “This is water” (Questa è l’acqua), pronunciato da David Foster Wallace nel 2005 ai laureandi del Kenyon College. La frase è questa:
È difficile notare quello che vedi tutti i giorni.
Wallace (1962–2008) è stato un innovativo e influente scrittore e saggista statunitense. Non era semplicemente intelligente: era un radar umano. Sentiva tutto, registrava tutto, soffriva per tutto. Vedeva le mille sfumature di ogni singola conversazione, l’ipocrisia dietro una pubblicità in TV, la solitudine disperata nascosta dietro il sorriso di un vicino di casa. Scrivere, per lui, era l’unico modo per non impazzire sotto il peso di quel flusso continuo di dati.
In questa frase che ho scelto come riflessione di oggi, lo scrittore usa l’elemento dell’acqua come metafora della realtà più ovvia, onnipresente e vitale che, proprio per questo, diventa invisibile ai nostri occhi.
Il titolo si riferisce alla storia dei due pesci che non sanno cosa sia l’acqua perché ci sono immersi dentro da quando sono nati.
Due giovani pesci nuotano e incontrano un pesce più vecchio che va in senso contrario.
Il pesce vecchio dice: “Buongiorno, ragazzi. Com’è l’acqua?”.
I due giovani continuano a nuotare per un po’, poi uno guarda l’altro e chiede: “Cos’è l’acqua?”.
Ecco l’invisibilità dell’ovvio. L’acqua, per un pesce, è lo sfondo della vita, qualcosa che dà totalmente per scontato. Per noi umani, l’acqua è la nostra quotidianità, la routine fatta di compiti, a volte noiosi, file al supermercato, traffico e altro ancora. Il titolo è un promemoria costante: le cose più evidenti e scontate della nostra esistenza, quelle che abbiamo sempre davanti agli occhi, sono spesso quelle più difficili da vedere e da ricordare. Allo stesso modo, accettiamo molte regole o modi di fare come se fossero naturali, senza chiederci mai il perché, proprio perchè tutto sembra normale. Quando una cosa è sempre presente – un oggetto in casa, un’abitudine, una strada – il nostro cervello smette di prestarci attenzione per risparmiare energia. Per questo, spesso cerchiamo soluzioni complicate a un problema senza accorgerci che la risposta più semplice e vincente è proprio sotto il nostro naso.
“Questa è l’acqua” è, allora, la nostra scelta di sopravvivenza attiva. Dire a noi stessi Questa è l’acqua nei momenti di frustrazione e fretta – come quando siamo bloccati nel traffico – è un atto di risveglio volontario. Significa imporci di uscire dal nostro isolamento mentale e ricordarci che siamo immersi in una realtà condivisa con gli altri, non siamo gli unici attori sul palcoscenico del mondo.
È la definizione di vera educazione. Per Wallace, il vero valore di un percorso di studi o di crescita personale non è l’accumulo di nozioni intellettuali ma la capacità di scegliere consapevolmente cosa guardare. Il titolo riassume il senso profondo del discorso: educare la mente significa imparare a guardare la superficie piatta del quotidiano e ripetersi, giorno dopo giorno, “Questa è l’acqua, questa è la vita vera”, per evitare di passare l’esistenza addormentati con il pilota automatico.
La dinamica dei social network credo che sia il terreno più fertile e spietato in cui applicare la lente di David Foster Wallace. Oggi, se lo scrittore fosse ancora qui, probabilmente direbbe che lo smartphone è la nostra nuova boccia di vetro e i feed infiniti sono l’acqua digitale in cui nuotiamo senza accorgercene.
Il pilota automatico e l’egocentrismo di default su piattaforme come Instagram, TikTok e altre e si può manifestare, ad esempio, attraverso il post che ti fa arrabbiare.
Stai facendo una pausa di cinque minuti dal lavoro, sei stanco e apri un social network per distrarti. Scorri il feed e ti imbatti nel post di un conoscente o di un influencer che mostra l’ennesimo successo straordinario: una vacanza da sogno, una promozione lavorativa incredibile o una frase motivazionale sulla felicità perfetta. In alternativa, vedi un commento politico o sociale espresso con un tono arrogante, aggressivo e radicalmente opposto al tuo.
Nel giro di tre secondi, senza che tu lo voglia consciamente, la tua mente si attiva in modalità difensiva ed egocentrica.
Nel caso del post di successo, il tuo cervello traduce l’immagine in: “Perché loro ci riescono e io no? La mia vita è noiosa in confronto alla loro”. Subentra un senso di ingiustizia o di risentimento.

Nel caso del commento arrogante, scatta subito il giudizio: “Guarda che idiota, come si fa a essere così stupidi e ignoranti? Il mondo va a rotoli per colpa di gente così”. Magari ti ritrovi a scrivere una risposta acida o a commentare mentalmente con disprezzo.
In entrambi i casi, hai usato l’altro come uno specchio distorto per alimentare le tue frustrazioni o per sentirti superiore. Sei rimasto incastrato dentro la tua testa, convinto che quel contenuto sia stato messo lì quasi per infastidire o sminuire te.
Se applichiamo il principio di “Questa è l’acqua”, facciamo uno sforzo cosciente per spezzare questo automatismo e guardare la realtà oltre lo schermo.
Nel caso del post di successo, puoi scegliere di ricordarti che quella foto è solo un millisecondo accuratamente selezionato, filtrato e costruito. Forse quella persona ha scattato la foto durante una vacanza tesa, in mezzo a una crisi, o forse usa i social per nascondere un profondo senso di solitudine e insicurezza, esattamente come fai tu. Il suo successo non toglie nulla alla tua vita.
Nel caso del commento politico o sociale, puoi sforzarti di pensare che chi scrive con quella rabbia online potrebbe essere una persona profondamente spaventata, frustrata dal proprio lavoro, o qualcuno che sta vivendo un periodo di forte isolamento sociale e usa i social come unico sfogo per non sentirsi invisibile.
Quando reagiamo così, non stiamo giustificando l’arroganza nè stiamo dicendo che i social sono finti. Stiamo solo scegliendo a cosa prestare attenzione per non farci divorare il fegato. L’algoritmo dei social è progettato per sfruttare la nostra configurazione di default – la rabbia, l’invidia e l’egocentrismo – perché genera interazione (e questo l’abbiamo analizzato nel post di domenica scorsa). Scegliere di vedere l’acqua significa disinnescare questo meccanismo e riprendere il controllo della nostra serenità mentale.
Viviamo immersi nella fretta, convinti di essere il centro dell’universo e dimentichiamo l’ovvio. Ma la verità è che non possiamo controllare i comportamenti degli altri, possiamo solo controllare la nostra reazione. Smettere di subire la routine significa iniziare a vedere gli altri non come ostacoli ma come compagni di viaggio.
Anche l’ufficio o l’ambiente di lavoro è un luogo difficile in cui applicare la filosofia di Wallace, credo anche di più perché, a differenza dei social, da quel posto non puoi scappare quando ti pare. Sei costretto a passare otto ore al giorno, cinque/sei giorni alla settimana, a stretto contatto con persone che non hai scelto.
Pensa al classico collega che risponde sempre a monosillabi, che lancia frecciatine passive o aggressive durante le riunioni o che sembra fare di tutto per scaricare il lavoro su di te prendendosi poi i meriti davanti al capo.
In quel preciso istante, il tuo cervello inserisce la modalità di default: autodifesa e risentimento.
La tua mente costruisce una narrazione rigida: “Ce l’ha con me. È una persona profondamente cattiva, invidiosa e frustrata che gode nel vedermi soffrire. Vuole sabotare la mia carriera”. E così, passi le ore successive a rimuginarci su, rispondi con lo stesso tono gelido e ne parli male con gli altri colleghi alla macchinetta del caffè. La tua energia mentale è completamente sequestrata da lui. Sei diventato prigioniero del suo comportamento.

E allora, devi accorgerti dell’acqua in ufficio.
Uscire dal pilota automatico in questo caso non significa farsi calpestare o diventare dei tappetini. Significa fare lo sforzo di cambiare la narrazione nella tua testa per salvare il tuo fegato e la tua giornata lavorativa.
Wallace ci direbbe di guardare quel collega e provare a fare un’ipotesi diversa, per quanto difficile possa essere.
Forse quella persona sta affrontando una situazione devastante o ha un problema finanziario che non può raccontare a nessuno e la sua aggressività è solo l’unica valvola di sfogo di una mente sull’orlo del collasso.
Forse è cresciuta in un ambiente familiare o lavorativo precedente in cui l’unico modo per sopravvivere e non farsi schiacciare era attaccare per primi e ora applica quella stessa difesa automatica anche con te, senza nemmeno rendersene conto.
Forse ha paura di essere licenziata o di fallire, e quel bisogno ossessivo di prendersi i meriti serve solo a coprire una profonda e dolorosa insicurezza.
Il nostro potere è la scelta: non importa se queste ipotesi siano vere. La verità assoluta non ci interessa. Ciò che conta è che, formulando questi pensieri, smetti di prendere il suo comportamento sul personale. Quel collega non si sveglia la mattina con l’unico obiettivo di rovinare la vita a te. Quel collega sta solo lottando con i suoi demoni, nuotando nella sua acqua, spesso torbida e pesante.
Quando capiamo questo, la rabbia si trasforma in distacco o, nei giorni migliori, in una fredda ma lucida compassione. Non ti fai agganciare dalla sua provocazione e torni a fare il tuo lavoro. Hai tolto a quella persona il potere di decidere se la tua giornata sarà buona o cattiva. Questa è la vera libertà in ufficio.
La vera libertà sul posto di lavoro — e nella vita — non è fare quello che vogliamo. È scegliere attivamente a cosa prestare attenzione. Significa disattivare il pilota automatico della rabbia e del giudizio per ricordarci che ognuno intorno a noi sta combattendo una battaglia di cui non sappiamo nulla.
Scegliamo la consapevolezza. Ricordiamoci che l’acqua è intorno a noi ma siamo noi a decidere come nuotarci.
Rompiamo il pilota automatico. Guardiamoci intorno. Questa è l’acqua.
Letizia Guagliardi
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