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Sei disposto a fare un miglio in più?

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Hai notato che ci sono persone che si limitano a fare il proprio lavoro, giusto il minimo indispensabile, che aspettano la fine del mese per ricevere il compenso che gli è stato promesso?

E ti sei accorto che ci sono, invece, persone che oltre alle mansioni che gli competono fanno di più, che non gli viene riconosciuto in termini finanziari, almeno non nell’immediato?

Conosci persone che ogni giorno si recano al lavoro senza nessun entusiasmo, non vedono l’ora di ritornare a casa e quando vanno a letto pensano alla nuova (si fa per dire) giornata del solito lavoro noioso e ripetitivo?

Quante persone incontri, ogni giorno, che – al contrario – si sentono soddisfatte del loro lavoro, si sentono utili e sempre più spronate a dare il meglio di sé?

Cos’è che fa la differenza fra il primo gruppo di persone e il secondo?

Io credo che la differenza la faccia tutta il “miglio in più”, a cui accennavo un paio di post fa.

In effetti, quando svolgiamo il nostro lavoro, quello che ci fa sentire più gratificati e felici non è, paradossalmente, il tempo per il quale veniamo pagati ( lo stipendio a fine mese) ma è il tempo per il quale non riceviamo nemmeno un centesimo. L’abilità e l’esperienza che acquisiamo facendo diventare il miglio in più un’abitudine, il sentirci utili agli altri, eseguire qualcosa di nostra iniziativa che non ci viene imboccato e che serve a migliorare le cose, tutto ciò è molto più prezioso dei soldi che percepiamo.

Qualunque sia il nostro lavoro, fosse anche il più umile, cerchiamo di farlo il meglio possibile, curiamolo nei minimi dettagli perché quello che facciamo “in più” ci procura maggiori benefici dal momento che siamo noi ad avere il controllo della situazione. Nessuno ci obbliga a dare di più, lo facciamo perché vogliamo farlo.

Chi fa solo quello che gli viene detto, più o meno come si fa con uno schiavo, si sente avvilito e può anche arrivare a sentirsi depresso, a lungo andare. Ma chi sceglie di fare il miglio in più è il padrone delle sue azioni.

A questo proposito voglio ricordare ciò che disse in un’intervista Primo Levi (l’autore di Se questo è un uomo):

Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro “ben fatto” è talmente radicato da spingere  a fare bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita portandomi il cibo di nascosto per sei mesi detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra, ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi… non per obbedienza, ma per dignità professionale.

Ecco, io credo che quel muratore, pur essendo un prigioniero, in quei momenti si sentisse un uomo libero.  Proprio come può sentirsi ognuno di noi, quando percorre il miglio in più.

P.S.: Ci tengo a precisare che questo miglio in più non è una scoperta di questi tempi, è menzionato nella Bibbia, in Matteo 5:41.

“E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.”

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5 commenti

  1. Cara Letizia quel miglio in più lo facciamo ogni giorno …anche perché io personalmente …lo faccio con piacere e passione …anche quando non mi compete..e il tempo passa con gioia .

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  2. È da tempo che non scrivo ma oggi mi sento intrigatoa condividere questo pensiero.Prima che Gesù toccasse la mia esistenza non avrei speso un passo un minuto in più con alcuno.ma oggi sono disponibile ad ascoltare 👂 gli altri perché so che se non ascolti nemmeno puoi rispondere.la gente è piena di “lassami stare”.malattie,incomprensioni depressione e domande senza risposta,dubbi oppure è così piena di se che non puoi dirle niente.Quando vado al secondo miglio posso parlare di colui che ogni giorno cammina con me:Gesù.Egli ha la risposta per ogni problema della persona:è la Via è Verità e dona Vita.se hai la sua Vita puoi sperimentare cose meravigliose…e accompagnare le persone con amore ❤️ alla Via.Egli ascolta e interviene con poteri veramente “SUPER “a darti forza per vivere da vincitore sulle miserie di questa vita…

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    1. Grazie, Antonio. Il tuo interessante contributo (in particolare il finale “le miserie di questa vita”) mi dà l’aggancio per il mio prossimo post in cui cercherò di prenderne in considerazione due: il pettegolezzo e la maldicenza.

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