Dai jeans di Carlo Acutis alle tute dei maranza: la vera ribellione è l’originalità del bene

Le luci in sala si spengono e sul grande schermo compare un ragazzo con le sneakers, lo zaino in spalla e la passione per i videogiochi.

Mercoledì scorso abbiamo dato agli studenti del bienno della mia scuola – I.I.S. “E. Majorana” di Corigliano Rossano – l’opportunità di vedere al Cinema-Teatro San Marco il docufilm sulla vita di Carlo Acutis.

In un’epoca in cui la scuola fatica a competere con la velocità degli schermi e i ragazzi sono costantemente bombardati da modelli di successo effimeri, abbiamo mostrato loro qualcosa di diverso. Non li abbiamo portati al cinema per fare una lezione di educazione civica e nemmeno per motivi religiosi. Li abbiamo portati davanti a quel grande schermo perché Carlo era uno di loro, un ragazzo normale che ha saputo fare della sua normalità qualcosa di straordinario.

Volevamo che i nostri ragazzi vedessero con i propri occhi che è possibile abitare i social e il mondo digitale senza farsi inghiottire; che si può essere popolari a scuola non perché si esclude qualcuno ma perché lo si difende. In quel buio della sala, speravamo che ognuno di loro potesse rispecchiarsi nei jeans, nelle felpe e nelle passioni di Carlo, per capire che la giovinezza non è una sala d’attesa della vita ma il momento esatto in cui iniziare a lasciare un’impronta unica nel mondo.

Carlo Acutis parla ai ragazzi di oggi. Nel mondo dei social, dove spesso il successo si misura in follower e filtri, è raro trovare un coetaneo che abbia lasciato un segno profondo rimanendo semplicemente se stesso. Carlo era un ragazzo che amava i videogiochi, adorava i computer e andava a scuola. Eppure, la sua vita racchiude quattro lezioni fondamentali che ogni studente può accogliere per fare la differenza. Sono le stesse che ricordo spesso ai miei studenti e che ho ripetuto anche il giorno dopo il docufilm, in classe.

1. L’originalità contro la fotocopia. Carlo ha lasciato una frase celebre che sembra scritta apposta per l’era di Instagram e TikTok: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. La lezione per gli studenti (e per tutti noi): in un’epoca in cui la pressione sociale spinge a omologarsi — a vestirsi tutti uguali, a pensare allo stesso modo o a seguire trend per essere accettati — Carlo invita a coltivare la nostra unicità. Essere originali significa avere il coraggio di esprimere le proprie passioni e le proprie idee, senza la paura di non essere alla moda.

2. La tecnologia come mezzo, non come fine. Carlo era un vero e proprio talento dell’informatica. Ha imparato a programmare da autodidatta sui primi computer ma non ha mai permesso agli schermi di isolarlo dal mondo reale. Usava la tecnologia per creare, per informare e per fare del bene, stabilendo un limite preciso al tempo passato a videogiocare per non diventare schiavo dei dispositivi. La lezione per gli studenti (e per tutti noi): Carlo dimostra che si può essere appassionati di tecnologia in modo attivo e non passivo. Non si tratta di subire lo smartphone o fare scrolling infinito ma di usare il digitale come uno strumento potente per studiare, connettersi e sviluppare la propria creatività.

3. L’empatia a chilometro zero (e la lotta al bullismo). A scuola e nel suo quartiere, Carlo non si girava mai dall’altra parte. Se vedeva un compagno di classe in difficoltà con lo studio, si offriva di aiutarlo. Se c’era un ragazzo preso in giro o vittima di bullismo, si schierava apertamente dalla sua parte per difenderlo. Spendeva i suoi risparmi per comprare sacchi a pelo o cibo per i senzatetto della sua città, trattandoli sempre con dignità e rispetto. La lezione per gli studenti (e per tutti noi): il suo esempio insegna il valore dell’inclusione. Ci ricorda che per cambiare il mondo non servono gesti eroici distanti, basta accorgersi di chi ci siede accanto in classe, supportando chi è più fragile e dicendo un NO deciso all’indifferenza e all’esclusione.

4. Il valore del tempo e l’entusiasmo. Sapendo che la vita può essere breve (Carlo è scomparso a soli 15 anni per una leucemia fulminante) non ha sprecato un solo minuto. Ha vissuto ogni giorno con un entusiasmo travolgente, considerando il tempo come il dono più prezioso a nostra disposizione. La lezione per gli studenti (e per tutti noi): questo è un forte richiamo a non “procrastinare” la nostra felicità o i nostri impegni. Invita a vivere lo studio, lo sport e le amicizie con intensità e presenza, senza lasciarsi vincere dalla noia o dall’apatia.

Come sappiamo, l’eredità di una persona che ha fatto del bene e alla quale abbiamo voluto bene continua a vivere attraverso il ricordo. Anche per chi non condivide la visione di fede cattolica o l’idea della preghiera ai defunti, la figura di Carlo rimane un potente simbolo di memoria attiva. Ricordare chi ha vissuto con generosità non significa solo guardare al passato ma trovare un’ispirazione concreta per le nostre azioni quotidiane.

Il docufilm mostra una forte dimensione cattolica che appartiene alla sensibilità di molti. Ma ciò che traspare, al di là del linguaggio religioso, è la forza trasversale dei suoi messaggi. La dedizione verso gli altri, che la Chiesa chiama carità, si traduce – laicamente ed evangelicamente – in una profonda educazione all’empatia e alla solidarietà civile.

Il nostro obiettivo come educatori è estrarre la scintilla umana da un contesto specifico, invitando ogni ragazzo e ogni ragazza a fare lo stesso secondo la propria sensibilità. Davanti a un documentario così denso di riferimenti spirituali, il mio ruolo di guida è stato quello di aiutare i ragazzi a filtrare i contenuti. Ognuno è libero di accogliere o meno la dimensione di fede del film ma nessuno può rimanere indifferente alla lezione umana di un ragazzo che ha scelto di non sprecare la propria vita. Ecco i principali contenuti, secondo me:

esemplarità: una vita che diventa un punto di riferimento e un modello positivo per la comunità;

avere un grande ideale: una motivazione interiore fortissima che spinge a superare l’egoismo;

l’impatto straordinario delle piccole azioni: come un singolo ragazzo possa generare un’onda di bene che travolge il mondo. Il digitale, con lui, diventa un amplificatore del bene.

Le sue piccole azioni di apostolato digitale, fatte dalla sua cameretta a Milano, oggi raggiungono parrocchie, scuole e milioni di persone in tutti i continenti. Internet diventa così la cassa di risonanza di un’onda spirituale globale. E così andiamo oltre lo stereotipo dei social. Spesso consideriamo il web come un luogo di isolamento o superficialità. Carlo ha ribaltato questo paradigma perché ha usato la programmazione informatica per creare la sua famosa mostra sui miracoli eucaristici.

Proprio in questi giorni, in cui le cronache cittadine e i trend di TikTok sono dominati dal fenomeno dei maranza — una subcultura di ragazzi che cercano un’identità nell’omologazione del branco, tutti con le stesse tute, gli stessi tagli, gli stessi sguardi di sfida — la lezione di Carlo Acutis risuona come una provocazione clamorosa.

Di fronte a una gioventù che si rifugia in una divisa di strada per non sentirsi invisibile, Carlo opponeva il suo manifesto esistenziale: “Tutti nascono originali, molti muoiono fotocopie”. I maranza, in fondo, sono questo: la fotocopia sbiadita di un modello di forza basato sulla prevaricazione mentre Carlo dimostra che la vera trasgresione è l’unicità del bene.

In questo caso i social diventano le piazze per ostentare e non per condividere. Tik Tok, in particolare, è spesso usato dai maranza per amplificare dinamiche di bullismo, video di risse, ostentazione di un finto lusso o atteggiamenti di prevaricazione della strada. Il web diventa un teatro di aggressività per guadagnare “rispetto”. La rete, invece, può essere l’esatto contrario e Carlo ce l’ha dimostrato: un’autostrada per fare del bene, connettere le persone e diffondere bellezza. Il contrasto è netto: usare la tecnologia per distruggere le relazioni o usarla per edificarle.

Nella cultura maranza, il rispetto si ottiene spesso attraverso l’intimidazione, l’occupazione aggressiva degli spazi pubblici (stazioni, piazze) e la logica del più forte. Carlo ribalta il concetto di forza. La vera forza non sta nel farsi temere ma nel difendere chi è debole. Lui a scuola difendeva i ragazzi disabili o le vittime di bullismo. Di sera non scendeva in strada per vandalizzare ma per portare sacchi a pelo e cibo ai senzatetto. Dimostra che l’eroismo non è la violenza ma l’empatia.

Ma ciò che più risalta è il vuoto emotivo e la ricerca di un senso. Dietro la provocazione e la noia dei maranza c’è spesso un profondo vuoto esistenziale, una mancanza di punti di riferimento e di uno scopo reale. Carlo offre un modello di “passione”. Era un ragazzo appassionato della vita, dei videogiochi, del computer ma aveva trovato un centro. La sua vita lancia un appello urgente alla società: i giovani non hanno bisogno di essere criminalizzati, hanno bisogno di essere contagiati da ideali grandi per cui valga la pena spendere le proprie energie.

La storia di Carlo Acutis è per tutti: ci ricorda che l’onda di bene non si è fermata tra le colline di Assisi ma è un testimone passato nelle mani di ciascuno di noi. La sfida contro il vuoto sociale, la noia e la deriva dei maranza non si vince sventolando divieti o firmando condanne ma offrendo una bellezza più grande. Questo quindicenne ha dimostrato che si può abitare la modernità senza farsi inghiottire dal suo rumore e che si può essere cool stringendo una mano anziché un pugno.

La vera ribellione oggi non è distruggere ma custodire. Non è essere un branco ma essere una comunità. Resta solo da chiederci, uscendo dalle nostre strade quotidiane, se avremo il coraggio di essere anche noi, finalmente, degli originali.

Letizia Guagliardi

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