Dalla piuma d’oca allo smartphone: come cambiano le nostre liste della spesa

Anche in questo post, come in quelli delle due domeniche precedenti, curiosiamo un po’ nel passato: è un buon metodo per decifrare il presente e progettare il futuro perché la storia non si ripete mai identica ma, spesso, segue lo stesso ritmo e le stesse dinamiche umane. Dopo aver fatto un viaggio in due tappe dai ritratti dell’800 ai nostri selfie, oggi ci occupiamo delle liste della spesa, frammenti di carta che ci catapultano direttamente nella vita quotidiana di chi ci ha preceduto.

Quando leggiamo una lista della spesa scritta da un personaggio storico, il mito si dissolve per lasciare spazio all’essere umano. Spesso queste liste mostrano macchie di cibo, correzioni e calligrafie frettolose e catturando un momento esatto di vita vissuta. Scoprire che un genio assoluto doveva ricordarsi di comprare le uova o il sapone lo rende incredibilmente vicino a noi. Vedere i tormenti di Michelangelo intervallati dalla nota per “un boccale di vino” o i sogni di Mozart affiancati al bisogno di comprare “del fegato” ci mostra la coesistenza tra l’arte suprema e le necessità biologiche.

L’idea per questo post mi è venuta mentre visitavo l’appartamento di Mozart in Domgasse 5, a Vienna. In una teca c’è una lista che, tra le altre cose, elenca i cibi che piacevano al celebre musicista, un uomo che amava godersi la vita, i piaceri della tavola e le cene con gli amici. Era un uomo d’azione e di appetito e la sua dispensa rifletteva i gusti decisi della tradizione austro-tedesca: selvaggina gourmet come i piccioni freschi, spesso regalati da amici nobili, che la cuoca preparava brasati insieme alle castagne; crauti e fegato: barili di crauti fermentati, compagni inseparabili dei Leberknödel (i grandi gnocchi di fegato); i tagli di carne: filetti di bue e costine di maiale appese a frollare, pronti per essere cucinati con fiumi di burro.

E allora, ecco l’idea: una carrellata di liste della spesa del passato, vere e proprie capsule del tempo perché fotografano, senza filtri, la realtà sociale, economica e culturale di un momento preciso. Sono i “post-it” della storia. Ci mostrano che dietro i capolavori immortali c’erano persone fatte di carne, ossa e appetito.

Per esempio, nell’antica Babilonia, ben 3500 anni fa, la lista era incisa nell’argilla. Molto prima della carta, si faceva la spesa con la terracotta. In Mesopotamia, i cittadini incidevano tavolette di argilla in caratteri cuneiformi per non dimenticare nulla. Non cercavano snack ma orzo, olio di sesamo, birra e datteri. Accanto al cibo, queste liste includevano spesso vestiti o mobili, registrati con una precisione contabile che fa invidia alle nostre moderne app.

Geni, re e artisti: immaginiamoli non mentre posano per un ritratto ufficiale ma nel momento più banale della giornata, quando hanno fame o devono fare i conti con i soldi. Ecco alcuni esempi.

Michelangelo Buonarroti (1518): la lista illustrata. Il genio della Cappella Sistina aveva un problema comune: il suo servitore era analfabeta. Per evitare che portasse a casa gli ingredienti sbagliati, Michelangelo non si limitò a scrivere la lista, la disegnò. Accanto alla parola “aringhe”, abbozzò un pesce veloce. Vicino a “un boccale di vino”, disegnò una caraffa perfetta. Tra gli altri schizzi spuntavano due tortelli, sei pezzi di pane e dei finocchi. Oggi quel foglio, custodito a Firenze, è un tesoro dal valore inestimabile. È il menù di un uomo ricchissimo che però sceglieva di mangiare in modo frugale, quasi povero, per non perdere tempo e rimettersi subito a dipingere e a scolpire.

Venezia, autunno del 1609. Galileo ha una mezza idea in testa che potrebbe cambiare il modo in cui l’umanità guarda l’universo. Ha fretta, deve andare al mercato di Rialto. Prende una lettera che gli ha spedito il cugino, la gira e sul retro inizia a buttare giù gli appunti per la spesa. La penna scorre e scrive: Ceci, lenticchie, un po’ di zucchero, pepe. Routine quotidiana. Ma subito dopo, senza interruzioni, la mente del genio fa uno scatto. Sotto la voce del pepe, scrive: Un pezzo di specchio, cristalli di Boemia, una canna d’organo in stagno. Quella non è più solo la spesa per la cena. Quelli sono i pezzi grezzi che Galileo monterà con le sue mani per costruire il primo cannocchiale astronomico della storia. Quella notte, tra un piatto di lenticchie e un pezzo di vetro sagomato, l’uomo ha visto per la prima volta i crateri della Luna.

I Gesuiti a Roma (500 anni fa): la spesa per lo spirito e per il corpo. Entrare nella dispensa di un collegio di gesuiti del XVI secolo significa scoprire una macchina organizzativa perfetta. Le loro liste non erano per una persona ma per centinaia di bocche da sfamare. Le liste rivelano una dieta mediterranea rigorosa ma ricca: fave, ceci, quintali di pane, botti di vino e formaggio.Tutto veniva annotato su registri immensi, dove la spesa quotidiana diventava un atto di devozione e gestione comunitaria.

L’archeologia moderna: i bigliettini abbandonati. Oggi, quei foglietti spiegazzati che si trovano sul fondo dei carrelli del supermercato o digitate sugli smartphone sono la versione moderna delle tavolette babilonesi, lo specchio più fedele, buffo e spietato della nostra società.

La nostra lista della spesa non è più un semplice elenco di cibo: è una dichiarazione d’intenti, un campo di battaglia economico e il termometro delle nostre nevrosi quotidiane. In passato si acquistavano principalmente materie prime di base (farina, uova, latte). Oggi le liste riflettono esigenze dietetiche complesse, intolleranze (prodotti senza glutine o lattosio) e regimi alimentari specifici come il vegano o il biologico.

Le liste dei venti-trentenni, ad esempio, sembrano scritte da un personal trainer. La parola d’ordine è una sola: proteine. I vecchi yogurt alla frutta sono stati rimpiazzati da sfilze di kefir, yogurt greco a zero grassi e budini proteici dai gusti più impensabili. Accanto al classico petto di pollo, oggi sulle liste campeggiano parole che vent’anni fa avrebbero fatto pensare a un codice segreto: semi di chia, avena per il porridge, avocado, anacardi e latte d’avena. Mangiare non serve più solo a sfamarsi ma a nutrire le proprie performance.

Il foglietto stropicciato strappato dal blocco della cucina sta scomparendo, sostituito dallo schermo illuminato di uno smartphone. Oggi le liste della spesa vivono su App condivise o su chat di gruppo WhatsApp intitolate “Casa”.

Woman using smartphone in grocery aisle with shopping cart containing groceries

È una spesa dinamica, quasi un videogioco cooperativo: un membro della famiglia cancella un articolo mentre un altro, dall’ufficio o da scuola, aggiunge qualcos’altro in tempo reale. Single affannati vs famiglie strategicamente organizzate: se si analizza una lista della spesa (e c’è chi ne ha esaminate a migliaia) si può indovinare quante persone vivono in quella casa. La lista della famiglia è un piano di guerra millimetrico. È strutturata sui giorni della settimana. Troviamo i “pesi massimi” della dispensa: fustini di detersivo, confezioni scorta di pasta, litri di latte, chili di passata di pomodoro e montagne di cibo da congelare per sopravvivere alla settimana lavorativa. La lista del single (o della Gen Z) è figlia dell’improvvisazione e della fretta. Ci troviamo buste di insalata già lavata (perché lavarla a casa richiede troppo tempo), piatti pronti da fare al microonde, hummus già pronto e salse etniche. La cucina diventa un luogo di passaggio rapido.

Se ci riflettiamo, però, la vera differenza tra una lista della spesa del passato e una di oggi non sta semplicemente nei prodotti. Non è solo il fatto che Michelangelo cercasse le aringhe e noi l’avocado, o che Galileo comprasse i ceci e noi i cibi pronti in cinque minuti. La differenza è radicale, intima, e tocca il modo in cui viviamo il tempo e lo spazio. La vera metamorfosi di questo pezzetto di carta è che siamo passati dal “Cosa troverò?” al “Cosa sceglierò?“.

Nel passato, la lista della spesa era una scommessa contro l’incertezza. Si scriveva con il timore di non trovare le cose, legato ai ritmi spietati delle stagioni, ai raccolti, all’arrivo di una nave in porto. Era un inventario di sussistenza, una mappa di ciò che era strettamente necessario per sopravvivere o un lusso straordinario per celebrare la vita.

Oggi, le nostre liste nascono da un problema opposto: l’abbondanza infinita. Non scriviamo più per ricordare cosa ci serve ma per difenderci da un supermercato che bombarda i nostri sensi con migliaia di opzioni. La lista moderna è uno scudo contro l’acquisto d’impulso, un tentativo disperato di fare ordine nel caos di corsie che offrono le fragole a dicembre e il salmone dell’Atlantico a Ferragosto.

Le liste del passato avevano una fisicità dirompente. Erano sporche di inchiostro, unte d’olio, stropicciate nelle tasche dei servitori. Raccontavano la calligrafia di un’epoca, l’urgenza di un momento, l’errore di ortografia che strappava un sorriso. Erano, a tutti gli effetti, frammenti di un’anima quotidiana.

Oggi, la maggior parte delle nostre liste fluttua nell’etere. Sono scritte su un’applicazione dello smartphone, condivise distrattamente su WhatsApp con un partner, o dettate a un’intelligenza artificiale mentre facciamo altro. Sono elenchi asettici, privi di calligrafia, cancellati con un semplice tocco del pollice sullo schermo. Quando compriamo un prodotto, quel testo svanisce nel nulla, senza lasciare traccia. Non lasceremo pixel ai musei del futuro.

Le liste del passato erano specchi di un mondo in cui il cibo era sacro, faticoso da reperire e legato alla terra. Le nostre sono il diario digitale di una civiltà velocissima, iper-connessa e globale.

Ma c’è una cosa che non è cambiata in quattromila anni di storia, dalle tavolette in caratteri cuneiformi ai messaggi sul telefono: quel foglio, reale o virtuale, resta l’identikit più sincero di chi siamo. Perché, se vogliamo conoscere davvero i segreti, le fragilità e i desideri profondi di un essere umano… dobbiamo solo guardare cosa decide di mettere nel suo piatto.

Letizia Guagliardi


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