#PerCosaMiMeraviglioOggi – l’oleandro: bellissimo da morire. Storia di un killer silenzioso

Buongiorno!

La foto di oggi, che ci dà anche stavolta l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo, è di Teresa Madeo. E così, osserviamo da vicino l’oleandro, un affascinante paradosso della natura. Sotto le spoglie di un arbusto ornamentale dai fiori spettacolari si nasconde, invece, una delle piante più formidabili e spietate del pianeta. Splendido alla vista, letale al tatto.

Le sue straordinarie e pericolose meraviglie lo rendono il perfetto esempio di bellezza pericolosa. Ogni singola cellula di questa pianta – dalle radici ai petali, fino alla linfa – custodisce un cocktail di tossine potentissime, tra cui spicca l’oleandrina. Questa sostanza colpisce direttamente il sistema cardiaco. L’ingestione di una quantità minima, anche solo una foglia, può essere fatale per l’uomo e per gli animali. Persino bruciare il suo legno è pericoloso, poiché i fumi trasportano le tossine nell’aria.

Nonostante la sua tossicità, l’oleandro è un prodigio di ingegneria biologica. È una pianta praticamente indistruttibile. Sopporta il sole più cocente, la salsedine marina e i terreni più aridi. Ha una capacità unica di assorbire l’inquinamento atmosferico senza subirne i danni. Non è un caso se popola a migliaia i centrali delle autostrade. Oltre a purificare l’aria, le sue barriere fitte bloccano l’abbagliamento dei fari notturni, salvando vite umane ogni giorno. La prossima volta che percorreremo un’autostrada e vedremo quelle macchie di colore sfidare lo smog, non guardiamole solo come semplici cespugli. Sono i guerrieri silenziosi della strada. Bellissimi, d’acciaio e indomabili.

La storia dell’uomo si è intrecciata spesso con l’oscura fama dell’oleandro, lasciandoci aneddoti sospesi tra realtà e leggenda. Si narra, per esempio, che durante la campagna di Spagna, alcuni soldati napoleonici usarono rami di oleandro come spiedini per cuocere la carne sul fuoco. Molti di loro non si svegliarono mai più.

Il suo nome botanico, Nerium, deriva dal greco e richiama l’acqua. È un ironico controsenso per una pianta che oggi è il simbolo assoluto della resistenza alla siccità.

Proprio per questo, l’oleandro ha affascinato e ispirato numerosi poeti e scrittori nel corso dei secoli, diventando un simbolo letterario potentissimo per la sua duplice natura: bello e mortale.

Il celebre poeta indiano e Premio Nobel Rabindranath Tagore ha dedicato versi delicati e profondi a questo arbusto, usandolo come metafora dei sentimenti umani e degli incontri silenziosi. Nella sua poesia descrive la contrapposizione dei colori nei giardini: “Nei giardini sono fioriti oleandri, bianchi nel tuo e rossi nel mio, a primavera, finito il sonno: si sono riconosciuti in silenzio”. Qui l’oleandro diventa il simbolo di due anime diverse che comunicano senza bisogno di parole.

E ora immaginiamo un fiore splendido, candido, ma impregnato di un veleno invisibile e letale. Questa è l’essenza di White Oleander (Oleandro Bianco), il magnetico romanzo di Janet Fitch che racconta una storia d’amore, ossessione e sopravvivenza. Al centro di tutto c’è Ingrid Magnussen, una poetessa di Los Angeles bellissima, gelida e geniale. Ingrid vive secondo le proprie regole, rifiuta ogni compromesso e cresce la figlia dodicenne, Astrid, all’ombra del suo immenso carisma. Per Astrid, la madre non è solo un genitore: è una divinità, un sole attorno al quale orbitare. Ma il sole può bruciare. Quando Ingrid viene tradita e abbandonata dall’uomo di cui si è follemente innamorata, la sua vendetta è spietata e poetica: lo uccide usando la linfa tossica dell’oleandro bianco. Ingrid viene arrestata e condannata all’ergastolo.

Morale della storia? Ogni volta che vediamo una pianta di oleandro, ammiriamola da lontano, perché certe meraviglie nascono per essere contemplate, mai possedute.

Serena giornata!

#PerCosaMiMeraviglioOggi #almenounagioiaalgiorno

Letizia Guagliardi

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