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La nostra vita è un’opera d’arte?

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Guardo questa foto, a poche ore dal rientro dalla gita scolastica a Verona e dintorni, e mi rivedo nella splendida Arena. Io, i miei colleghi e un centinaio di studenti della mia scuola (l’IIS “E. Majorana” di Rossano): un cielo sereno, quel giorno, ci ha concesso poi di passeggiare per le antiche vie e di affacciarci dal balcone di Giulietta (che la donzella abbia avuto davvero il romantico dialogo al chiaro di luna con il suo innamorato proprio da lì poco importa, il delizioso balconcino e tutta la casa meritano una visita), di pranzare in piazza delle Erbe e gustare le specialità del luogo (i risini sono buonissimi). E poi, sempre il sole sorridente (solo in quella giornata) ci ha permesso di passare davanti alla casa dei Montecchi, dove abitava il giovane Romeo, e di fare una capatina in una piccola e incantevole piazza che sembra fatta su misura per ospitare la Cattedrale della città. Tutti a passeggiare con il naso in su per ammirare i numerosi tesori (vicoli, palazzi e monumenti) che erano lì, a nostra disposizione. E che dire dei tanti ponti, per esempio il ponte Pietra e il ponte Scaligero, sul fiume Adige che attraversa Verona? Bellissimi.

Il giorno prima, comunque, la pioggia non ha fermato la nostra visita al Vittoriale degli Italiani, la casa in cui visse Gabriele D’Annunzio. Lui intese fare della sua vita un’opera d’arte e privilegiò i valori estetici e sensuali, mettendo da parte quelli morali. Tutta la sua casa e i giardini intorno testimoniano il suo amore (secondo me eccessivo) per lo sfarzo e il lusso, il suo esibizionismo per le relazioni con donne aristocratiche e famose (l’attrice Eleonora Duse, per esempio), l’ostentazione del suo infischiarsene delle norme della morale comune. Ho spiegato ai miei ragazzi che, a mio giudizio, la nostra vita dobbiamo sì renderla un’opera d’arte ma dobbiamo usare gli attrezzi giusti per renderla bella, armoniosa e utile… a noi stessi e agli altri. Abbiamo noi il controllo sui colori, sui pennelli, sugli scalpelli. Dobbiamo metterci davanti alla tela bianca o davanti al pezzo di marmo informe e guardare, capire chi vogliamo essere, quale direzione prendere e poi cominciare a dipingere o a togliere il marmo in eccesso. Di tanto in tanto, non dimentichiamolo, dobbiamo fermarci e allontanarci un po’: osservando quello che abbiamo fatto fino a quel momento, avremo un’idea più chiara della prospettiva e sapremo dare equilibrio e unità al nostro capolavoro.

Sabato abbiamo visitato la grande Fiera dell’Elettronica, dell’Informatica e delle Telecomunicazioni: dopo un salto nel passato, siamo ritornati nel presente e abbiamo dato uno sguardo al vicino futuro. Anche questa giornata, vista con occhi nuovi, è stata un’opportunità per arricchire la nostra vita.

Ieri il ritorno in pullman. Un lungo viaggio per riposare un pò le stanche membra e per resettare il cervello dopo l’overdose di immagini, di colori, di suoni e di profumi che ogni città del nostro meraviglioso Paese lascia nel viaggiatore attento e curioso.

Gite scolastiche sì o gite scolastiche no?

Io dico sì, decisamente, nonostante…

… nonostante i rischi e le responsabilità (portare in giro tanti adolescenti, alcuni maturi e quasi del tutto autonomi, altri che credono di esserlo e provano a fare gli spavaldi e poi corrono da te a chiedere un cerotto o a dire che gli è venuto il mal di pancia – colpa di un’abbuffata al McDonald’s – o che bisogna cercare una toilette in tutta fretta) non è una passeggiata.

Ma quando la scuola ti offre una “pennellata” come questa e dà la possibilità a tutti (soprattutto  a chi altrimenti non può) di viaggiare, di crescere e di vedere con i propri occhi quello nei mesi precedenti ha solo pregustato sui libri – letteratura, storia, arte, tecnologia eccetera… io dico sempre sì. Perché nell’eccetera sono compresi anche lo stare insieme ai propri compagni e ai prof, il vivere in comunità, in albergo, accanto a molti altri ospiti che non si conoscono, la gestione di se stessi, delle proprie cose e delle proprie finanze, il rispetto delle regole stabilite prima della partenza e durante la permanenza.

Il bilancio è certamente positivo: ringrazio Dio per averci protetto da ogni possibile pericolo e perché noi prof abbiamo fatto in modo che ogni occasione, in questi cinque giorni, potesse trasformarsi – per i ragazzi a noi affidati e anche per noi stessi – in una piccola lezione di consapevolezza, di crescita e di miglioramento.

Per quanto mi riguarda, anche stavolta, analizzo con mente critica tutto quello che ha fatto parte di questa gita a Verona. Prima di archiviarla prendo appunti (nella testa e nel cuore) per le prossime volte: lì avrei potuto fare meglio… avrei potuto dire di più… di meno… Ma non sono un robot (leggi, se vuoi, il post della settimana scorsa) per cui io e i miei colleghi  (insieme a D’Annunzio, Rabirio e Seneca) possiamo confermare:

Io ho quel che ho donato”

11 commenti

  1. Bentornata Letizia! Le gite scolastiche sono sempre istruttive e divertenti. Anch’io ho avuto il piacere di visitare Verona e mi è rimasta nel cuore. A presto.

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  2. Come sempre é un piacere leggerti. Condivido pienamente la conclusione… Infatti, della mia adorata mamma che è mancata poco più di 3 anni fa, dico sempre che come eredità ci ha lasciato ciò che ha donato e non ciò che ha accumulato. Vorrei essere come lei. Dolce, amorevole e sempre disponibile con tutti. Ha abbracciato la sua croce, con la malattia ventennale di mio padre e la sua stessa malattia durata per i successivi 14 anni, senza farci mai mancare nulla del suo ruolo di mamma.

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    1. Sabrina… benvenuta in questo blog! La tua mamma ti ha dato tanto e tu, come lei, dai tanto agli altri. Ti conosco:e posso affermare che sei dolce, amorevole e disponibile, nella vita e nel lavoro.

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  3. Ben tornata, Letizia. Hai ammirato Verona, città ricca di un bellissimo patrimonio artistico. Ma come dici tu anche la nostra vita può diventare un’opera d’arte se la rendiamo “bella, armoniosa a noi e agli altri”. “Sii ricco di beni, ma anche di pietà non solo d’oro,ma di virtù, renditi Dio per lo sventurato imitando la misericordia di Dio” (Gregorio di Nanzianzo – Discorso14,26).

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  4. Buongiorno, Letizia. Condivido in toto la tua affermazione: “Io ho quello che ho donato”. Lungo il corso della nostra esistenza ognuno si dovrebbe chiedere: “Io chi sono”? “Io cosa voglio”? “Qual è veramente il mio obiettivo”? Certamente la guida di un Mentore ci aiuterebbe a crescere, a svilupparci, ad evolverci meglio e più facilmente. Fare della nostra vita un dono, e fare di questo dono qualcosa di significativo per l’insieme (Fabrizio Paoletti).
    È necessario dare uno scopo, dare un senso alla nostra vita per diventare non uomini di successo, ma piuttosto uomini di valore (onesti, trasparenti, riconoscenti, consapevoli…) Il motivo più importante per lavorare a scuola e nella vita è il piacere nel lavoro, è il piacere nel risultato, è la consapevolezza del risultato per la comunità. Ciò che dai ricevi.

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    1. Bentornato, Mario! Anche stavolta il tuo commento è molto bello, anche perché sottolinea l’importanza del valore, non del successo. Purtroppo molti inseguono quest’ultimo, perdendosi un sacco di cose belle o addirittura dimenticandosi di vivere.

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