Buongiorno!
Oggi ci meravigliamo per Halloween. In particolare, per il fatto che, focalizzata su zucche vuote, scheletri di plastica e scherzi infantili, riesce ancora a paralizzare il mondo intero ogni fine ottobre. In un’epoca che si professa iper-razionale e tecnologica, sembra quasi un paradosso che milioni di persone scelgano di investire tempo e denaro in una ricorrenza all’apparenza così sciocca, svuotata ormai di ogni antico significato per diventare l’ennesimo ingranaggio della macchina commerciale globale. Ma cosa si nasconde davvero dietro questa persistenza?
C’era un tempo in cui l’autunno non profumava di caramelle gommose al gusto chimico ma di terra bagnata, fumo di legna e mistero. Per i celti, la notte di Samhain era una fessura temporale: il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si faceva così sottile da potersi quasi toccare. Non era una carnevalata, era un bisogno viscerale di dialogare con l’ignoto, di esorcizzare la paura del buio invernale e di onorare chi non c’era più. Anche la tradizione cristiana, sovrapponendosi a questi riti con Ognissanti, manteneva intatto il peso specifico del sacro e del ricordo.
Oggi quel velo millenario è stato squarciato ma non dal passaggio degli spiriti: dalle cesoie del marketing. La vertigine del mistero è stata sostituita da uno zoo di scheletri di plastica fluorescente made in China. Abbiamo preso il tabù più grande dell’umanità – la morte – e l’abbiamo ridotto a una caricatura innocua, comoda da digerire. Nel momento in cui l’aldilà diventa un gadget da tre euro, la festa perde la sua anima. Non fa più paura, non consola, non unisce: intrattiene e basta. È il trionfo del vuoto a rendere sul senso profondo del tempo che passa.
Halloween è diventato il capolavoro dell’obsolescenza programmata dei sentimenti. È una macchina economica spietata che si accende il 1° ottobre e si spegne di colpo il 1° novembre, lasciando dietro di sé una scia di scheletri sintetici e zucche svuotate. La superficialità qui si misura in tonnellate di rifiuti: costumi in poliestere destinati a essere indossati per quattro ore e poi sepolti in discarica e montagne di dolciumi industriali incartati singolarmente.
Ma lo spreco più grande non è materiale, è culturale. Stiamo assistendo a una forma di colonizzazione dell’immaginario: un “fast-food delle tradizioni” dove tutto è standardizzato. Il rito non nasce più dal folklore del territorio, dalla spontaneità di un borgo o da un racconto tramandato dai nonni. Viene preconfezionato a tavolino dai reparti marketing delle multinazionali e calato dall’alto. Il risultato? Bambini che ripetono formule cinematografiche americane senza sapere minimamente cosa stiano mimando, trasformati in piccoli consumatori seriali prima ancora di aver capito il valore del brivido.
Se un tempo ci si mascherava per nascondersi dagli spiriti o per confondersi tra loro, oggi ci si traveste per un unico motivo: farsi guardare. Nell’era di Instagram e TikTok, Halloween si è trasformato nella scenografia perfetta per la “società dello spettacolo”. La festa non si vive più nella realtà del momento ma nella sua proiezione digitale.
Il trucco elaborato non serve a spaventare il vicino di casa ma a raccogliere la gratificazione istantanea dei like. La festa a tema diventa un set fotografico dove l’interazione umana è secondaria rispetto alla resa estetica dell’inquadratura. È la superficialità della performance visiva: l’importante non è con chi sei o cosa provi ma dimostrare al proprio pubblico virtuale di aver celebrato l’evento in modo esteticamente impeccabile. Una notte horror bidimensionale, profonda quanto lo spessore dello schermo di uno smartphone.
L’adozione acritica di Halloween ha provocato una grave amnesia collettiva. In Italia, ogni regione aveva (e avrebbe ancora) il suo modo viscerale di relazionarsi con i defunti nei primi giorni di novembre: dalle Aneme i Purgatorio del Sud, ai dolci tradizionali come le “fave dei morti”, fino alle zucche svuotate che già un secolo fa i contadini piemontesi o friulani usavano per illuminare le strade ma con uno spirito di intimità familiare e rispetto.
Sostituire tutto questo con il format standardizzato americano non è evoluzione, è pigrizia culturale. Abbiamo scambiato la complessità affascinante e malinconica del nostro folklore con una festa pop preconfezionata, priva di radici nel nostro terreno. È il paradosso perfetto della globalizzazione: festeggiamo tutti la stessa cosa, nello stesso modo, senza che nessuno sappia più davvero il perché.
#PerCosaMiMeraviglioOggi #almenounagioiaalgiorno
Letizia Guagliardi
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