#sìviaggiare: la mia flânerie a Parigi

Svoltare un angolo e trovarsi davanti alla maestosità della Torre Eiffel che svetta tra i tetti mansardati. Salire i gradini di Montmartre e respirare l’aria dell’arte passata, tra pittori di strada e fisarmoniche in lontananza. Ammirare la “Ville Lumière” che si accende al tramonto, riflessa sulle acque della Senna. Questo e tanto altro è Parigi.

Sì, oggi facciamo una visitina lì, grazie a questo collage di Poppy Spring.

Prima di tutto, Parigi richiede una predisposizione d’animo speciale: una miscela di lentezza, curiosità e un pizzico di romanticismo. Perchè è un’esperienza sensoriale continua: il profumo avvolgente dei croissant caldi e burrosi che esce dalle boulangerie e quello delle baguette, un abbraccio caldo che ti accoglie a ogni angolo di strada la mattina presto; il ticchettio dei passi sui ciottoli dei passaggi coperti e il mormorio delle chiacchiere nei caffè all’aperto; il verde iconico delle sedie nei Giardini di Lussemburgo e il grigio perla dei tetti parigini sotto un cielo poetico.

Bisogna visitarla al ritmo della flânerie, cioè l’arte di perdere tempo senza mai sprecarlo. Nata sui boulevard di Parigi nell’Ottocento, non è una semplice passeggiata: è uno stato d’animo. Significa trovare la bellezza nei dettagli invisibili a chi corre, come il riflesso di un monumento in una pozzanghera, un cortile segreto o un’insegna vintage; soprattutto, significa non essere un semplice turista che visita un luogo ma diventare parte del tessuto stesso della città, respirando insieme a lei. Questo è il modo più intimo e autentico per conoscere una città: non attraverso le foto dei monumenti ma attraverso le emozioni che le sue strade ti lasciano.

I quartieri migliori per fare flânerie a Parigi sono quelli che conservano stradine tortuose, passaggi segreti e un ritmo più lento rispetto ai grandi boulevard trafficati. Eccone alcuni.

Le Marais (3° e 4° arrondissement): un labirinto medievale che mescola storia e tendenze contemporanee.Cortili nascosti di palazzi nobiliari (hôtels particuliers), boutique di designer indipendenti, gallerie d’arte e storici forni ebraici. Il punto di sosta è Place des Vosges, una delle piazze simmetriche più belle del mondo, perfetta per sedersi sotto i portici.

Montmartre (18° arrondissement): un vero e proprio villaggio di campagna arrampicato sulla collina, lontano dalla frenesia urbana. Strade acciottolate che salgono ripide, vigne nascoste, case ricoperte di edera e piazzette dove si respira ancora l’aria della Belle Époque. Il punto di sosta è Rue dell’Abreuvoir, una delle vie più pittoresche e fotografate di Parigi, dove il tempo sembra essersi fermato.

Il Quartiere Latino e Saint-Germain-des-Prés (5° e 6° arrondissement): l’anima intellettuale e letteraria della città, dove passeggiavano Hemingway e Sartre. Un vero paradiso per me: librerie storiche (come Shakespeare and Company), bancarelle di vecchi libri (bouquinistes) lungo la Senna e vicoli strettissimi di origine medievale. Il punto di sosta sono i Giardini di Lussemburgo, dove rubare una delle iconiche sedie di metallo verde per sedersi all’ombra degli alberi.

I passaggi coperti (2° e 9° arrondissement): un viaggio nel tempo, fino all’800, perfetto soprattutto se il cielo parigino decide di essere piovoso. Gallerie commerciali d’epoca con pavimenti in mosaico e tetti in vetro e ferro battuto che ospitano negozi di antiquariato, vecchi giocattoli e librerie d’arte. Qui il punto di sosta è Galerie Vivienne o Passage des Panoramas, per perdersi tra vetrine d’altri tempi.

Un’intera mattinata l’ho dedicata al cimitero di Père-Lachaise, non solo un luogo di riposo ma un immenso museo a cielo aperto e uno dei parchi più romantici e malinconici di Parigi. Camminare tra i suoi viali alberati significa fare un viaggio nella storia dell’arte, della letteratura e della musica mondiale. Un luogo unico, perfetto per chi ama la flânerie più riflessiva: i rami dei grandi alberi secolari si intrecciano sopra i sentieri e creano giochi di luce e ombra che accarezzano le tombe. Cappelle ottocentesche, muschio verde, sculture in marmo ed edera rampicante avvolgono i monumenti in un abbraccio senza tempo. Il rumore della metropoli svanisce, sostituito dal canto degli uccelli e dal fruscio delle foglie secche calpestate.

Questo è il santuario delle anime ribelli e dei geni: la tomba di Jim Morrison è un continuo pellegrinaggio, sempre circondata da lettere, fiori, foto e ricordi lasciati dai fan; il monumento a Oscar Wilde, un tempo coperto dai baci al rossetto dei visitatori, oggi protetto da una barriera di vetro; la tomba sobria di Édith Piaf, dove i parigini lasciano spesso una rosa rossa per omaggiare il “passerotto” della canzone francese e il monumento a Frédéric Chopin, vegliato dalla statua della Musa della Musica che piange sulla sua lira spezzata.

Lo spirito giusto per visitarlo è guardare oltre i grandi nomi e soffermarsi sulle epigrafi cancellate dal tempo o sulle sculture che raccontano storie d’amore spezzate, esplorare senza meta, abbandonare i sentieri principali e addentrarsi nelle stradine di ciottoli in pendenza, dove la natura ha preso il sopravvento sulla pietra.

Per ora mi fermo qui, perchè a Parigi ho trascorso dieci, intensi giorni e sono tante le cose che vorrei condividere. In un prossimo post andremo davanti alla Tour Eiffel e poi alla Reggia di Versailles.

#sìviaggiare #ilfrizzantemondodipoppyspring #almenounagioiaalgiorno

Letizia Guagliardi

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