#PerCosaMiMeraviglioOggi – profumo di casa: il lungo viaggio del pane, dalle origini alla nostra tavola

La meraviglia di oggi è il pane. Quattro ingredienti, infiniti destini. Acqua, farina, lievito e sale sono tutto ciò che serve per compiere, ogni giorno, la nostra piccola meraviglia. Perché in Italia il pane non è mai solo cibo: è una mappa d’identità, un racconto di mani, terra e tradizioni che cambia a ogni campanile. Mettetevi comodi: stiamo per fare un viaggio tra i profumi e le storie dell’arte bianca italiana. Ma, prima, una recente scoperta.

Per decenni abbiamo studiato sui libri di scuola una transizione lineare: l’uomo prima impara a coltivare la terra (Rivoluzione Neolitica), poi diventa stanziale, costruisce i primi villaggi e, infine, crea il pane. Ma la scienza recente ha ribaltato tutto. L’archeologia ci sta dimostrando che il desiderio del pane è nato prima dell’agricoltura e che è stato questo il vero e proprio motore che ci ha spinti a fermarci.

La prova schiacciante è stata un forno prima delle fattorie. Nel 2018, nel deserto della Giordania (nel sito archeologico di Shubayqa 1), un team di scienziati ha fatto una scoperta incredibile: i resti carbonizzati di una pagnotta piatta, simile a una pita, risalente a 14.400 anni fa. Quel pane, dunque, è stato cotto almeno 4.000 anni prima che l’uomo iniziasse a coltivare il grano in modo sistematico. Chi lo ha fatto era un popolo di cacciatori-raccoglitori (la cultura natufiana). Questo significa che quelle persone andavano in giro a raccogliere faticosamente il grano selvatico, chicco dopo chicco, non per necessità calorica quotidiana ma per il piacere e il valore rituale di fare il pane.

Ed ecco il colpo di scena narrativo: per fare il pane servivano enormi quantità di grano selvatico. Più le tribù ci prendevano gusto, più tempo dovevano passare nello stesso posto per raccoglierlo e proteggerlo dagli animali. A un certo punto, circa 10.000 anni fa, l’uomo deve aver pensato: “Invece di cercarlo in giro, proviamo a piantarlo qui attorno”.

La necessità di custodire i campi coltivabili, di macinare i chicchi con pesanti pietre (impossibili da trasportare per dei nomadi) e di costruire forni fissi in pietra ci ha intrappolati in un luogo. Abbiamo smesso di viaggiare. Abbiamo costruito le prime case di fango, poi i granai per difendere i raccolti dai ladri, e infine le mura. Le prime città della Mesopotamia sono nate per proteggere e organizzare la produzione di grano.

L’Italia è una vera e propria geografia del pane: ogni regione impasta la propria storia, il proprio clima e la propria identità in forme e sapori unici. Ecco un viaggio sensoriale tra i pani più iconici della penisola, da nord a sud.

Il Nord Italia vanta un’incredibile ricchezza di pani tradizionali, profondamente influenzati dalla geografia, dal clima e dalle colture locali. Mentre le zone di pianura prediligono il grano tenero, le aree alpine vedono il trionfo della segale e dei cereali minori.

La michetta lombarda: il pane di Milano per eccellenza. Soffiato, vuoto all’interno, leggerissimo e croccante. È la quintessenza del panino da imbottire con i salumi;

la coppia ferrarese (IGP): una scultura barocca di pasta dura. Quattro bracci ritorti che terminano in punte croccantissime (i “crostini”), uniti da un cuore morbido e compatto;

la ciabatta veneta: il pane moderno più famoso al mondo. Rustico, pieno di grandi buchi e con una crosta sottilissima;

i grissini torinesi: i celebri bastoncini di pane lunghi e friabili, nati per la corte reale dei Savoia;

lo Schüttelbrot dell’Alto Adige: una galletta di segale dura e speziata al cumino. Si spacca con un colpo secco e si sposa alla perfezione con lo speck;

la focaccia genovese: dorata, soffice e irresistibile, con i suoi tipici buchi colmi di olio d’oliva e sale grosso.

I pani del Centro Italia raccontano una storia di tradizioni contadine, sapori schietti e territori collinari. Qui domina la cultura del pane cotto a legna, spesso preparato in grandi pezzature pensate per durare un’intera settimana.

Il re indiscusso del Centro è il pane “sciocco” (senza sale), diffuso in Toscana, Umbria e Marche. Nato nel Medioevo (probabilmente per le pesanti tasse storiche sul sale), è un pane dalla crosta spessa e mollica compatta, pensato appositamente per non coprire e anzi esaltare i sapori intensi dei salumi locali (come il prosciutto toscano o il ciauscolo) e dei sughi saporiti.

Pane di Genzano IGP (Lazio): un pane monumentale dalle pagnotte giganti. Ha una crosta scura e profumata, cosparsa di cruschello, e una mollica soffice e spugnosa. Profuma di granaglie e di forno a legna.

Pane di Lariano (Lazio): cotto rigorosamente con legno di castagno, è un pane semintegrale dalla crosta dorata e croccante.

Pane di parrozzo o pane rozzo (Abruzzo): un antico pane contadino preparato tradizionalmente con farina di mais, dal colore giallo intenso e dalla consistenza compatta.

Crescia sfogliata di Urbino: simile a una piadina ma molto più ricca. L’impasto prevede l’aggiunta di strutto, uova e pepe, lavorato poi a strati per ottenere una sfogliatura croccante e saporita.

Pane di Terni: una pagnotta dalla forma allungata, anch’essa tradizionalmente senza sale, dalla mollica morbida e uniforme, ideale per raccogliere l’olio extravergine d’oliva nuovo.

Il Sud Italia e le isole sono la patria del grano duro. Qui il pane è un’opera d’arte monumentale: pagnotte giganti, croste spesse come scudi, molliche giallo oro e profumi intensi che sanno di sole, terra e forni a legna.

Pane di Altamura DOP (Puglia): il re dei pani. Preparato solo con semola di grano duro locale e lievito madre, ha una forma accavallata (chiamata u sckuanète) e una crosta spessa ben 3 millimetri che racchiude una mollica giallo paglierino soffice e profumata. Dura freschissimo per giorni.

Pane di Matera IGP (Basilicata): una scultura che ricorda i Sassi di Matera. Ha la forma di un cornetto ed è fatto con antiche varietà di grano duro. La sua fermentazione prevede l’utilizzo di un lievito madre ottenuto con frutta fresca macerata in acqua.

Pane cafone (Campania): il pane della tradizione napoletana. È una pagnotta rotonda e rustica fatta con farina di grano tenero e lievito naturale (o criscite). Ha una crosta marrone scuro e croccante e una mollica alveolata, perfetta per “fare la scarpetta” nel ragù.

Pane di Cerchiara (Calabria): un pane montano monumentale (le pagnotte pesano fino a 5-6 kg) caratterizzato da una caratteristica “gobba” laterale. Viene cotto lentamente in antichi forni a legna alimentati con rami di faggio e leccio.

Pane di San Biase (Molise): pane antico preparato miscelando la farina di grano duro con le patate lesse schiacciate, accorgimento che rende la mollica incredibilmente soffice e umida a lungo.

Pane Carasau (Sardegna): conosciuto come “carta da musica” per la sua incredibile finezza e croccantezza. Sono sfoglie di semola circolari e sottilissime, cotte al forno dove si gonfiano come palloncini per poi essere divise in due fogli e tostate una seconda volta. Era il pane dei pastori, leggero da trasportare e capace di conservarsi per mesi.

Pane nero di Castelvetrano (Sicilia): presidio Slow Food della provincia di Trapani. Si ottiene miscelando una farina di grano duro locale (tumminia) tostata con grano biondo. La pagnotta ha una crosta scura ricoperta di semi di sesamo e una mollica dolce che profuma di mandorle e legno d’ulivo.

La Giornata Mondiale del Pane ieri, 16 ottobre, è stata istituita per ragioni profonde che vanno ben oltre la semplice celebrazione di un alimento. Si tratta di una ricorrenza che unisce storia, economia, cultura e solidarietà globale.

La data del 16 ottobre coincide intenzionalmente con la Giornata Mondiale dell’Alimentazione organizzata dalle Nazioni Unite (FAO). Scegliere lo stesso giorno serve a ricordare che il pane è il simbolo universale del cibo e del diritto umano alla nutrizione. Il pane rappresenta la lotta alla fame nel mondo e la sicurezza alimentare, riassunta anche nello storico motto della stessa FAO: “Fiat Panis” (Sia fatto il pane).

Il pane, inoltre, è uno dei pochissimi elementi comuni a quasi tutte le culture del pianeta, un ponte che unisce popoli e religioni diverse. La parola stessa “compagno” deriva dal latino cum panis, ovvero “colui che condivide il pane”. Celebrare questa giornata significa promuovere la pace, l’uguaglianza e l’atto ancestrale dello stare insieme a tavola.

La filiera dei panificatori artigianali è custode di tradizioni millenarie, dalla gestione del lievito madre alla conoscenza dei grani antichi. La giornata è nata per riconoscere il lavoro notturno e di sacrificio dei fornai; educare i consumatori a distinguere il pane fresco artigianale da quello industriale pre-surgelato; proteggere i piccoli forni di quartiere, che rappresentano il cuore economico e sociale di molte comunità.

Il pane, infine, è storicamente uno degli alimenti più sprecati al mondo. Questa giornata serve a diffondere una maggiore responsabilità ambientale, per sensibilizzare le persone a non gettare il pane avanzato e a riscoprire le ricette della tradizione contadina nate proprio per riutilizzarlo.

Non importa quanto la cucina moderna diventi complessa o tecnologica: la meraviglia immutabile di quattro semplici ingredienti — farina, acqua, lievito e sale — rimarrà sempre il nostro legame più forte con la terra. Condividere il pane è, da millenni, il gesto umano più puro e rivoluzionario che esista.

E finché ci sarà un forno acceso, una crosta che scrocchia sotto le dita e quel profumo caldo capace di farci sentire a casa, sapremo che la serenità, in fondo, è una cosa semplice.

Serena giornata!

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Letizia Guagliardi

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