La grande sete di sapere (i fatti degli altri): viaggio nel tempo del pettegolezzo

Oggi parliamo di un argomento molto meno bello di quelli precedenti ma, ugualmente, molto interessante: il pettegolezzo.

Non è una futilità moderna ma uno specchio della società che cambia. Ed è anche un potente strumento di controllo sociale e di comunicazione antropologica. Perché dal Settecento a oggi non è cambiata la nostra natura: siamo sempre gli stessi esseri sociali descritti dagli illuministi, affamati di storie e segreti altrui per definire noi stessi. A essere cambiato radicalmente è il prezzo del pettegolezzo. Se nei caffè del ‘700 un’indiscrezione svaniva con il fumo delle pipe, oggi un clic lascia un’impronta digitale indelebile.

Studiare la storia del gossip, dunque, non è una frivolezza ma un modo per capire che oggi, nell’era degli algoritmi, la gestione della reputazione altrui è diventata una vera e propria responsabilità etica.

Quindi, ora cominciamo il nostro viaggio indietro nel tempo e ci catapultiamo nel ‘700.

Il Settecento è il secolo dei lumi, della filosofia e dei grandi ideali ma, dietro i pesanti tendaggi di velluto di Parigi, Londra e Venezia, si consuma la vera passione dell’epoca: la demolizione sistematica delle reputazioni.

Se i filosofi ridefiniscono il mondo nei caffè, le nobildonne e i gentiluomini lo governano manipolando le notizie nei salotti. Immaginiamo stanze sature di cipria, profumi costosi per coprire la scarsa igiene e lo scoppiettio dei camini. Qui, il pettegolezzo non è una semplice chiacchiera da comari: è un’arma politica affilata come un rasoio, un’arte raffinata che richiede un tempismo perfetto.

La regina indiscussa di questo gioco è la marchesa, che dal suo divano smista confessioni e tesse trame. I ventagli di seta non servono per rinfrescarsi ma per nascondere il movimento delle labbra mentre si sussurra l’ultimo scandalo. Un codice segreto di sguardi e colpi di tosse rivela chi ha perso una fortuna al gioco la sera prima o quale ministro è appena caduto in disgrazia nelle grazie del re.

Aristocratic guests conversing in an ornate salon beneath a chandelier

A Venezia, i pettegolezzi viaggiano sui canali, protetti dalle maschere della commedia dell’arte. Nelle stanze private dei casinò, nobili e avventurieri come Giacomo Casanova usano le indiscrezioni amorose per scalare la piramide sociale o ricattare i potenti. La camera da letto e il gabinetto politico sono separati solo da un sottile paravento di pizzo.

A Londra, le “scandal chronicles” stampate clandestinamente trasformano le voci di corridoio in ritorsioni pubbliche. Bastano le iniziali di un duca e una velata allusione alle sue abitudini notturne per distruggere una carriera in Parlamento prima dell’alba.

Nel Settecento, insomma, sapere tutto di tutti non è un passatempo superficiale. È una questione di sopravvivenza. Chi possiede l’informazione più fresca controlla la corte, chi finisce sulla bocca del salotto sbagliato, perde tutto.

Se questo è stato il secolo del pettegolezzo sfrontato, teatrale e libertino, l’Ottocento indossa la maschera della rispettabilità. Ora siamo approdati nell’era vittoriana e nella fulgida ascesa della borghesia, dove l’apparenza è tutto e il pettegolezzo diventa un gioco spietato di sorveglianza sociale.

Immagiamo i salotti dell’alta società di Londra, Parigi o della Milano risorgimentale. L’atmosfera è radicalmente cambiata: non ci sono più le parrucche incipriate ma severe redingote scure per gli uomini e rigidi corsetti per le donne. Il pettegolezzo non si sussurra più dietro un ventaglio con una risata complice, si consuma a bassa voce, davanti a una tazza di tè nei salotti pomeridiani o nei palchi dei teatri d’opera, tra un atto e l’altro del melodramma.

Four women drinking tea while two whisper in an ornate Victorian parlor

Ora la posta in gioco è la “rispettabilità”, un capitale sociale più prezioso del denaro. Il pettegolezzo si trasforma in un tribunale permanente. Le matrone della buona società, armate di taccuino e sguardi di ghiaccio, scrutano ogni minimo dettaglio: la lunghezza di una manica, l’ordine di entrata in una sala da ballo, la durata di un valzer tra due giovani non fidanzati. Una parola di troppo o un mezzo sorriso fuori posto possono tradursi nell’arma più letale del secolo: il “taglio diretto”, ovvero l’essere deliberatamente ignorati in pubblico, l’esclusione totale dagli inviti che contano, la morte sociale, insomma.

Ma c’è una novità rivoluzionaria: la tecnologia. Le voci non restano più confinate tra quattro pareti. I pettegolezzi stampati esplodono grazie alla nascita dei primi veri giornali scandalistici e alle “colonne di società”. A New York e a Londra, lettori voraci divorano cronache anonime ma trasparenti che descrivono i balli della Gilded Age o le scappatelle della nobiltà europea. Allo stesso tempo, il pettegolezzo diventa il motore della grande letteratura. Scrittori come Jane Austen, Honoré de Balzac e Lev Tolstoj raccontano proprio questo: un mondo in cui il destino di una donna (come Anna Karenina) o l’ascesa di un giovane ambizioso dipendono interamente da ciò che la gente sussurra nei salotti d’onore.

Ed eccoci, ora, al Novecento. A questo punto si compie il salto definitivo: il pettegolezzo si industrializza, diventa globale e si trasforma in un business da milioni di dollari. La rispettabilità ottocentesca va in frantumi sotto i riflettori di Hollywood, i flash dei paparazzi e la nascita della cultura pop di massa.

Glamorous couple surrounded by photographers beneath Hollywood premiere signs

Immaginiamo il cambiamento di scenario: dai salotti chiusi della nobiltà si passa ai grandi schermi dei cinema, ai tavoli dei locali notturni di New York, Parigi e Roma e, infine, ai salotti di tutte le case del mondo attraverso la televisione. Il pettegolezzo non serve più a controllare i vicini di casa ma a spiare i “nuovi dei” del pianeta: le stelle del cinema, i musicisti rock e i membri delle famiglie reali.

Nella prima metà del secolo, a dettare legge sono le temibili “regine del pettegolezzo” di Hollywood come Hedda Hopper e Louella Parsons. I loro articoli di cronaca rosa, pubblicati sui quotidiani americani, vengono letti da decine di milioni di persone. Il loro potere è immenso: una loro parola può lanciare la carriera di un attore o distruggerla per sempre, svelando orientamenti sessuali nascosti, gravidanze fuori dal matrimonio o problemi di alcolismo. Gli stessi grandi studi cinematografici pagano o ricattano queste giornaliste per proteggere i propri divi o per affossare i rivali.

Nel dopoguerra, l’epicentro dello scandalo si sposta nelle strade. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in via Veneto a Roma, nasce l’era della “Dolce Vita” e dei paparazzi (termine coniato proprio dal regista Federico Fellini). Non si aspetta più la conferma ufficiale di una notizia: i fotografi inseguono le celebrità in moto per rubare scatti di baci clandestini, litigi furibondi e tradimenti. Il pettegolezzo diventa puramente visivo, immediato e spietato.

Couple walking on Via Veneto past Harry’s Bar, vintage cars, and photographers

Negli anni Ottanta e Novanta l’attenzione si sposta sui tabloid cartacei, dominati da titoli strillati e foto rubate a grandissima distanza con i teleobiettivi. La tragica vicenda della Principessa Diana negli anni Novanta dimostra quanto l’ossessione del pubblico per la vita privata dei potenti sia diventata una macchina inarrestabile, famelica e, a volte, letale, che pone le basi per l’imminente sbarco del pettegolezzo sul web.

Nel prossimo post vedremo com’è lo stato attuale del gossip. Nel frattempo, teniamo in considerazione che, la prossima volta che stiamo per condividere uno screenshot, commentare una vicenda privata o alimentare una polemica online, fermiamoci un secondo. Ricordiamoci che non stiamo facendo due chiacchiere al bar ma stiamo attivamente scrivendo la storia digitale di qualcuno. Il pettegolezzo è antico quanto l’uomo ma sta a noi decidere se usarlo per connetterci o per distruggere.

Letizia Guagliardi

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