Dopo aver esplorato gli estenuanti picnic dell’800, oggi facciamo un viaggio in quelli del ‘900.
Ci fermiamo nel periodo in cui l’innovazione tecnologica e industriale ha liberato il picnic dalle fatiche logistiche dell’Ottocento, trasformandolo in un’attività leggera, democratica e accessibile a tutti.
Fra le innovazioni che hanno cambiato il picnic ci sono la borsa termica e il vetro isolante, tanto per iniziare. L’invenzione del thermos di massa e dei primi contenitori refrigerati ha eliminato il trasporto di pesanti blocchi di ghiaccio e salnitro. Poi arrivano la plastica e il bakelite, per cui i leggeri contenitori ermetici – come quelli della Tupperware negli anni ’40 – e le stoviglie infrangibili sostituiscono le fragili e pesanti porcellane e argenterie ottocentesche. I cibi possono essere conservati perché l’introduzione delle conserve in scatola con apertura facilitata, dei formaggini fusi e dei prodotti confezionati ha ridotto a zero i giorni di preparazione in cucina.
In quegli anni, il picnic si tinse dei colori vivaci del boom economico grazie all’avvento dei materiali plastici – il polipropilene e il moplen – che permisero a grandi designer italiani di trasformare oggetti utili in vere icone di stile. Il servizio da picnic “Pic Boom” di Guzzini, progettato da Carlo Viglino nel 1968, era una grande sfera di plastica colorata (arancione, gialla o rossa) che si apriva a metà rivelando al suo interno un set completo per sei persone: piatti, bicchieri, posate, contenitori per condimenti e persino un vassoio. I contenitori ermetici Tupperware, arrivati in Europa in quel decennio, rivoluzionarono la conservazione dei cibi grazie al loro brevettato coperchio a tenuta d’aria. I colori pastello e la plastica semitrasparente divennero un simbolo di modernità nelle cucine e nei cestini da viaggio. I cestini termici Guzzini e Kartell, scatole e borse frigo squadrate in plastica rigida e lucida, dotate di grandi manici bianchi e interni isolati in polistirolo. Venivano abbinate ai siberini, i ghiaccioli sintetici dai colori fluo. I piatti e bicchieri in melamina, leggeri, impilabili e praticamente indistruttibili rispetto al vetro e alla ceramica. Prodotti da marchi come Kartell e Guzzini, sfoggiavano grafiche geometriche e tonalità accese tipiche della Pop Art.
Il menu riflette l’entusiasmo della modernità e unisce la tradizione italiana alla comodità dei primi cibi industriali. Nel cestino del picnic ora ci sono, per esempio, la frittata di maccheroni o di verdure, un piatto forte immancabile, preparato per riciclare la pasta del giorno prima, nutriente e perfetta da tagliare a fette; i panini imbottiti, pane casereccio o rosette farcite con i grandi classici della salumeria italiana come mortadella, salame o prosciutto cotto, idoli dei bambini dell’epoca; le polpette al sugo o fritte, preparate la domenica mattina presto, venivano trasportate nei primi contenitori di plastica o in ciotole d’alluminio sigillate con la carta stagnola; il pollo fritto o al forno, un vero lusso per l’epoca. Comprato in rosticceria, avvolto nella carta gialla oleata, era un lusso che fino a pochi anni prima si vedeva solo a Natale. Veniva poi consumato freddo e rigorosamente con le mani, avvolto in tovaglioli di carta colorati; i formaggini e i sottaceti, prodotti industriali simboli di modernità, acquistati nei nuovi supermercati e pronti all’uso senza sforzo; il fiasco di vino con la gabbia di paglia, messo in fresco nel torrente vicino, bloccato tra due sassi e le pesche nel vino, il dessert definitivo, preparato direttamente nei bicchieri di plastica rigida.
Fanno la loro comparsa anche le bibite in bottiglia di vetro: aranciate, gassose, cedrate e chinotti (spesso con il tappo a corona) tenuti al fresco nelle prime borse frigo con i ghiacciolini sintetici; il caffè nel thermos, un rito irrinunciabile per gli adulti, zuccherato direttamente nel contenitore termico, per chiudere in bellezza il pranzo e la frutta fresca: cocomero e pesche, messi a rinfrescare direttamente nell’acqua di un fiume o di una fonte vicina.
Mangiare con le mani, senza l’ansia del galateo, era il massimo della libertà. I bambini correvano dietro a un pallone di cuoio o a un Super Santos nuovo di zecca mentre gli adulti sonnecchiavano con il quotidiano sulla faccia per ripararsi dal sole, cullati dal fruscio delle foglie e dalle risate dei vicini di tovaglia.

Negli anni ’60, grazie al mitico mangiadischi portatile a batterie (come il celebre Penny), la musica sbarcò ufficialmente sui prati. Le comitive di giovani accendevano il dispositivo direttamente sulla coperta da picnic, inserendo i 45 giri in vinile del momento per ballare e cantare a squarciagola.

La colonna sonora delle scampagnate anni ’60 era composta da queste canzoni:
Abbronzatissima e Con le pinne il fucile e gli occhiali di Edoardo Vianello, i re assoluti dei tormentoni estivi, con ritmi travolgenti perfetti per il clima allegro delle gite fuori porta. Azzurro di Adriano Celentano, l’inno ufficiale della domenica italiana, del treno che va in campagna e dei sogni d’amore all’aria aperta. Sapore di sale di Gino Paoli che, con l’arrangiamento orchestrale di Ennio Morricone, era la colonna sonora ideale per i picnic sulla spiaggia o nelle pinete marine. Luglio di Riccardo Del Turco, un successo fresco e spensierato che celebrava il sole, le vacanze e gli amori estivi nati proprio durante un weekend in campagna e Bandiera gialla di Gianni Pettenati, un ritmo beat scatenato che faceva ballare i ragazzi sui prati, trasformando la radura di un bosco in una pista da ballo improvvisata.
L’automobile diventa di massa: la diffusione delle vetture utilitarie e delle biciclette ha sostituito i carriaggi e i servitori, permettendo così di raggiungere spiagge e boschi in pochi minuti con il cestino nel bagagliaio. Il picnic degli anni ’60 in Italia diventa il simbolo del boom economico e delle prime gite fuori porta in sella alla Vespa o a bordo della Fiat 600.
Nel secondo dopoguerra, i motori diedero letteralmente le ruote alla libertà degli italiani. Una nuova generazione di veicoli utilitari, economici e geniali trasformò la domenica nel giorno della scampagnata e permise a intere famiglie o a giovani coppie di caricare il cestino del picnic e fuggire verso il mare o le colline. Le icone a due ruote erano la Vespa della Piaggio, disegnata dall’ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio, che divenne subito il simbolo della spensieratezza. Le giovani coppie partivano per il picnic con la coperta a quadri legata al portapacchi posteriore e il cestino di vimini stretto tra le gambe del guidatore e la Lambretta della Innocenti, la storica rivale della Vespa, robusta e dallo stile più meccanico. Anch’essa venne ampiamente accessoriata con ganci e portapacchi artigianali per trasportare borse frigo e mangiadischi nei fine settimana.
Le utilitarie per tutta la famiglia erano la Fiat 600 del 1955, la vera artefice della motorizzazione di massa in Italia. Fu la prima auto accessibile alla classe operaia. Nonostante le dimensioni ridotte, riusciva a ospitare miracolosamente una famiglia di quattro o cinque persone, stipata di borse termiche, angurie e sedie pieghevoli fino sul tetto; la Fiat 500 del 1957, il capolavoro di Dante Giacosa. Piccola, agile e con il tetto in tela apribile, perfetto per far viaggiare al fresco i passeggeri (e i panini) durante le calde domeniche estive. Diventò la compagna ideale dei giovani e delle gite romantiche; la Fiat 600 Multipla, la prima vera monovolume della storia. Spaziosa e versatile, era la preferita dalle famiglie numerosissime: i sedili abbattibili creavano un piano di carico perfetto per trasportare i massicci bauli da picnic e l’attrezzatura da spiaggia.

La spensieratezza di quei picnic risiedeva nella meravigliosa lentezza del tempo e nella gioia contagiosa della condivisione, lontani da ogni frenesia digitale o programmazione esasperata. Era la felicità semplice di un’Italia che, uscita dal dopoguerra e immersa nel boom economico, riscopriva il lusso dello spazio aperto, dell’aria buona e dello stare insieme.
C’era la condivisione senza etichetta: le tovaglie a quadri venivano stese sull’erba o sulla sabbia senza troppi formalismi, il cibo era di tutti e per tutti, offerto con un pezzo di pane spezzato a mano e un bicchiere di vino passato di mano in mano. C’era la risata rumorosa e spontanea: le comitive si stringevano su panche improvvisate o direttamente a terra, tra battute gridate ad alta voce, sfide a carte interminabili e il sottofondo dei tormentoni estivi gracchiati dalle radioline a transistor. C’era la complicità dei preparativi: la leggerezza del giorno della gita nasceva in realtà la sera prima, nella cucina di casa, tra il profumo del sugo, il bollore del riso e l’attesa eccitata di una domenica che profumava di libertà. E c’era il contatto autentico con la natura: non servivano attrezzature tecniche o look studiati, bastava un prato verde, l’ombra di un pino marittimo o una spiaggia libera per sentirsi in vacanza, dimenticando d’un tratto la polvere e il lavoro della città.
In fondo, la vera meraviglia di quei picnic non era nel cesto di vimini o nel menu perfetto ma in quella straordinaria capacità di essere felici con poco. Un prato, una radiolina, le persone giuste e tutto il tempo del mondo davanti. Forse è proprio quella spensieratezza leggera la cosa più bella che dovremmo riscoprire e portarci dietro ancora oggi.
Un’altra meraviglia era l’assenza. Non c’erano notifiche a vibrare in tasca, non c’era l’ansia di dover fotografare il piatto per dimostrare al mondo che ci si stava divertendo. Nessuno calcolava le calorie della parmigiana o si preoccupava dell’impatto ambientale delle posate usa e getta. C’era solo il qui e ora. Il lunedì mattina si sarebbe tornati in fabbrica o in ufficio, a faticare per pagare le cambiali della televisione o della lavatrice ma, quella domenica, era un’isola di pura, ingenua e totale contentezza.
Oggi, se guardiamo bene tra le pieghe di una gita fuori porta, quel sapore lo possiamo ancora ritrovare: basta spegnere lo smartphone, dimenticarsi della borsa frigo super-tecnologica e riscoprire il piacere di un panino mangiato con le gambe incrociate sull’erba.
Letizia Guagliardi
Io andavo a fare il pic-nic con la mia famiglia ,mentre papà pescava .♥️
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Il mio papà aveva le capre e lavorava sempre…allora la mia mamma per non lasciarlo da solo a ferragosto preparava da mangiare tante cose buone e andavamo in campagna per il nostro pic-nic con tutta la famiglia 💪💪Quello che ricordo con tanta tenerezza era un grosso sasso che faceva da tavolo e veniva ricoperto da una tovaglia colorata…e in poco tempo cominciavamo a gustare il cibo 👍e risate e l’allegria rendevano quelle ore indimenticabili 😍😍❤️❤️
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Bastava poco, Maria Natalina, per sentirci felici…
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Bravissima. Grazie. Buona domenica ❤️
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Grazie, Giovanna.
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Che bei ricordi, si andava con famiglia, zii, cugini, amici🤩
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Sì, Giovanna. I picnic riunivano diverse generazioni.
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Ciao, belle le gite fuoriporta con i cestini pieni di buon cibo, preparato amorevolmente a casa, e la tovaglia rigorosamente a quadri e fermata con la pietre…oggi si preferiscono agriturismo e similari…i tempi sono cambiati…e le persone pure🤷♂️ Ho risposto di getto…con i ricordi che affollato la mente e commuovono l’animo…ma sono sicuro che mi comprendi🤗
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Certo che ti comprendo, Silvano…anch’io ho tanti bei ricordi!
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E qui cara sblocchi molti ricordi a me cari . Le famose pasquette rigorosamente vicino un fiume con pasta al forno e quant’altro . Giochi vari e tanta condivisione . Ognuno portava qualcosa e tutto era buonissimo ,perche’ si preparava la pietanza che riusciva meglio fare. Il famoso fazzoletto bianco lo sventolava la mia cara nonna Rosa quando andavo a trovarla a Caloveto . Quando mi vedeva con la macchina scendere dal paese e mi trovavo di fronte casa sua sventolava il fazzoletto con l’aggiunta “iati cu ra bonura”❤️
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Le nonne di una volta, Rosa…quasi in estinzione!
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