Dopo aver esplorato le vacanze al mare sulle spiagge inglesi dell’800 e dei primi del ‘900, in questo post ripercorriamo un po’ di storia della villeggiatura italiana, una storia d’amore lunga duemila anni.
Tutto inizia nell’antica Roma, quando l’estate in città diventava invivibile e l’aristocrazia scappava verso il fresco delle colline o i fasti di Baia e Pompei. Non era semplice vacanza ma otium: un tempo sacro per rigenerare la mente tra letture, bagni termali e natura.
I secoli passano e questa abitudine si trasforma in un vero e proprio status symbol. Nel Settecento, i nobili veneziani lasciano i canali della Serenissima per trasferirsi per mesi nelle sontuose ville dell’entroterra. È qui che nasce ufficialmente la “villeggiatura”, un rituale fatto di balli, pettegolezzi, amori estivi e debiti per farsi notare, così folle e teatrale da spingere Carlo Goldoni a scriverci sopra una famosissima trilogia teatrale.
Ma la vera rivoluzione arriva nel Novecento. La villeggiatura smette di essere un lusso per pochi e diventa un diritto di tutti. Negli anni Cinquanta e Sessanta, con il boom economico, l’Italia sale a bordo di una Fiat 500 o di una Seicento stipata all’inverosimile. Le città si svuotano letteralmente ad agosto, le radio trasmettono i tormentoni estivi e le spiagge si riempiono di ombrelloni colorati. Nasce così il mito del “mare italiano”, un rito collettivo che ha cambiato per sempre il volto, i costumi e la colonna sonora del nostro Paese. Quell’Italia degli anni ’60, spettinata, abbronzatissima e spensierata, ha inventato un modo unico al mondo di vivere l’estate. Un rito fatto di canzoni senza tempo, sabati sera nei dancing e chilometri di strada per raggiungere l’ombrellone.

Il mito del mare italiano non è solo una stagione sul calendario, è il grande romanzo collettivo di un’Italia che scopriva la spensieratezza. Fino ai primi del Novecento il mare era un elemento quasi temuto, legato al duro lavoro dei pescatori o alle cure terapeutiche d’élite. Ma negli anni Cinquanta e Sessanta quel muro d’acqua si trasforma nel palcoscenico del miracolo economico italiano. Il rito si consumava ogni anno ad agosto. Le fabbriche del Nord chiudevano i battenti, le grandi città si svuotavano di colpo e iniziava l’esodo. Il mezzo di trasporto ufficiale era una Fiat 600 o una 500, caricata all’inverosimile con valigie legate sul tetto con le corde, i bambini stipati sul sedile posteriore e la nonna accanto.

Si viaggiava di notte sulla neonata Autostrada del Sole per evitare che il motore si surriscaldasse, sognando la prima striscia azzurra all’orizzonte. Arrivare in spiaggia significava entrare in un microcosmo perfetto.
C’erano i Juke-box e i tormentoni – Stabilimenti balneari come la mitica Capannina di Forte dei Marmi o le “rotonde sul mare” della Romagna erano il cuore pulsante delle vacanze. Monete da cento lire infilate nei juke-box facevano risuonare la colonna sonora del mito: le note graffianti di Edoardo Vianello con Pinne, fucile ed occhiali o la nostalgia di Mina e Gino Paoli con Sapore di sale.

La democrazia dell’ombrellone – Sulla sabbia cadeva ogni barriera sociale. L’operaio della Fiat e il grande professionista milanese si ritrovavano vicini di ombrellone, entrambi rigorosamente a torso nudo, a giocare a carte, a discutere di calcio e a sfoggiare l’accessorio più prezioso dell’epoca: una fiera e dolorosa tintarella, prova tangibile del benessere conquistato.
I sapori del litorale – Il mito del mare italiano profumava di crema solare protettiva al bergamotto, di cocco fresco venduto dai venditori ambulanti sulla battigia e delle monumentali teglie di pasta al forno o frittate che le mamme tiravano fuori dalle borse frigo per i pranzi in spiaggia.
E c’erano i flirt estivi – Era il tempo dei “vitelloni” e dei “pappagalli”, i giovani italiani a caccia di sguardi e balli guancia a guancia sulle terrazze la sera, sperando di conquistare il cuore di qualche turista straniera scesa dal Nord Europa. Questo mito è stato consacrato per sempre dal cinema della commedia all’italiana, da film come Il sorpasso di Dino Risi, dove la spider di Vittorio Gassman sfrecciava verso le spiagge della Versilia, fotografando un Paese euforico e in piena corsa verso il futuro. Quel mare non era solo acqua salata, era il simbolo visivo della libertà, del diritto al riposo e della promessa che il domani sarebbe stato migliore di ieri.
Negli anni del boom economico l’Italia balneare si divideva in veri e propri “imperi” delle vacanze, ognuno con una propria precisa identità. C’erano le mete del divertimento democratico e di massa, e quelle del jet-set internazionale e della dolce vita.
La Riviera Romagnola: la fabbrica del divertimento – Rimini, Riccione e Cesenatico diventarono le capitali mondiali del turismo di massa. La Romagna inventò l’accoglienza moderna: chilometri di spiagge infinitamente larghe, una distesa geometrica di ombrelloni colorati e pensioni a conduzione familiare che offrivano lasagne anche a Ferragosto. Di giorno si prendeva il sole, di notte si ballava nei locali sulla spiaggia o nei primi grandi dancing. Era la meta democratica per eccellenza, accessibile a ogni famiglia e a portata di utilitaria.
La Versilia: l’eleganza borghese e i grandi cantautori – Se la Romagna era la Mecca del popolo, Forte dei Marmi e Viareggio erano il rifugio prediletto dell’alta borghesia milanese e degli intellettuali. In Versilia la vacanza si faceva in bicicletta, tra ville nascoste nella pineta e stabilimenti storici. Il centro nevralgico del mito era La Capannina a Forte dei Marmi: qui Mina, Ray Charles ed Edith Piaf cantavano dal vivo, mentre i rampolli delle grandi famiglie industriali intrecciavano amori estivi destinati a finire sui rotocalchi.

Capri e Ischia: la Dolce Vita e il Jet-Set internazionale – Nel golfo di Napoli si respirava un’aria completamente diversa, esclusiva e internazionale. Capri era il regno dei paparazzi, dei grandi armatori come Aristotele Onassis e di icone di stile come Jacqueline Kennedy (che lanciava la moda di camminare scalzi e con i grandi occhiali da sole). La Piazzetta di Capri divenne il “salotto del mondo”. Poco distante, Ischia si trasformava nel set cinematografico preferito di Hollywood e attirava divi del calibro di Richard Burton ed Elizabeth Taylor.
Castiglioncello e l’Argentario: il rifugio del cinema – La costa toscana attirava i giganti del cinema italiano. Castiglioncello divenne celebre come il buen retiro di Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e del regista Dino Risi che, proprio lì, ambientò le scene balneari del capolavoro Il sorpasso. Più a sud, Porto Ercole e Porto Santo Stefano sull’Argentario ospitavano i reali d’Europa e i grandi intellettuali che cercavano calette selvagge lontane dalla folla.

Sanremo e la Riviera dei Fiori: il fascino Liberty – Prima che il Sud esplodesse, la Liguria – guidata da Sanremo e Alassio – era la meta d’élite per eccellenza, ereditata dal turismo aristocratico dell’Ottocento. Con i suoi hotel liberty, il Casinò e il Festival della Canzone Italiana nato nel 1951, la Riviera di Ponente rappresentava il sogno di un’eleganza classica, dove si passeggiava sotto le palme e si frequentava il celebre muretto di Alassio, firmato da Hemingway e dai più grandi artisti dell’epoca.
Come ci si vestiva? La moda balneare degli anni ’50 e ’60 in Italia è stata una rivoluzione di stile, libertà ed eleganza intramontabile. Il modo di vestire rifletteva perfettamente la spaccatura dell’epoca: da un lato il desiderio di osare delle nuove generazioni, dall’altro il rigore formale che ancora resisteva nelle spiagge più tradizionali. Proprio allora avviene la rivoluzione del bikini.

Nato in Francia nel 1946, il bikini in Italia arrivò come una vera e propria scossa sismica. All’inizio fu accolto da feroci polemiche, divieti della polizia sulle spiagge e condanne morali.
Il primo bikini, negli anni ’50, era ancora molto castigato. Aveva uno slip rigorosamente a vita altissima che copriva l’ombelico e un reggiseno a balconcino strutturato. Poi, negli anni ’60, grazie a icone come Brigitte Bardot e ai fotoromanzi, il due pezzi perse centimetri di stoffa e conquistò le ragazze italiane. Diventarono popolarissimi i motivi a quadretti vichy (stile BB), le fantasie a pois e le tinte pastello. Per le signore o per chi cercava l’eleganza classica, il costume intero restava un’opera d’arte ingegneristica, con guaine interne per valorizzare la silhouette a clessidra, arricciature sul ventre e scolpiture geometriche.
Fuori dall’acqua non ci si rivestiva a caso: il tragitto dalla cabina all’ombrellone era una vera sfilata. Nel golfo di Napoli e in Versilia nacque la moda mare esportata in tutto il mondo. I pantaloni Capri, lanciati da Emilio Pucci e resi leggendari da Jacqueline Kennedy, erano pantaloni aderenti che si fermavano a metà polpaccio, lasciando scoperte le caviglie. sono ancora di moda. Si indossavano rigorosamente con i sandali rasoterra in cuoio fatti a mano, i famosi sandali capresi. Il copricostume e i prendisole: abiti chemisier leggeri, gonne ampie a ruota e i primi shorts a vita alta abbinati a camicette annodate sotto il seno.Trionfavano il lino grezzo, il cotone piqué, la spugna colorata per i primi sbarazzini minidress da spiaggia e la paglia.

Ma erano i dettagli a decretare lo status di una bagnante d’avanguardia. Gli occhiali da sole XXL: montature enormi in celluloide bianca, nera o tartarugata, spesso con lenti rotonde o con la silhouette “da gatta” (cat-eye); il foulard di seta firmato che si legava sotto il mento (stile diva in vacanza) o come fascia per proteggere i capelli dal vento dei motoscafi; i cappelli di paglia, giganti e a tesa larghissima; le ceste di vimini intrecciate a mano o le borse di tela colorata, abbastanza capienti da ospitare teli mare e creme solari.
E gli uomini? Anche la moda maschile visse una mutazione epocale. I vecchi costumi a pantaloncino pesante lasciarono il posto a boxer corti in cotone elasticizzato o a slip colorati. Per il lungomare e le serate nei dancing, l’uniforme d’ordinanza del perfetto “vitellone” o del giovane borghese era composta da camicia di lino finissimo o polo in maglina lasciata aperta sul petto, pantaloni di tela chiara e mocassini leggeri senza calze.
Oggi i costumi sono cambiati, i juke-box hanno lasciato il posto alle playlist sugli smartphone e le spiagge corrono veloci. Eppure, basta un respiro profondo di salsedine, l’odore della crema solare o le note di quella vecchia canzone alla radio per immaginarci tutti lì: su una Fiat 500 diretta verso il mare, con il finestrino abbassato e il cuore pieno di futuro.
Perché il mito del mare italiano, in fondo, non è mai finito: è solo custodito nei nostri ricordi più belli.
Letizia Guagliardi
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