#Sìviaggiare: una crociera sul Danubio e una fetta di strudel di mele

A Vienna, lontano dai palazzi imperiali e dal profumo di caffè e Sacher, c’è un mondo d’acqua, natura selvaggia e movida urbana: è il Danubio.

Non è un’isola naturale ma un capolavoro di ingegneria nato negli anni ’70 per proteggere la città dalle alluvioni. Oggi è il paradiso del tempo libero: ventuno chilometri di spiagge, prati e boschi vietati alle auto; il luogo dove i viennesi vanno a correre, vanno in canoa, fanno barbecue o semplicemente prendono il sole. Un vero e proprio mare metropolitano a portata di metropolitana (linee U1 e U6).

Se il grande Danubio è natura, il Canale del Danubio (che abbraccia il centro storico) è pura energia urbana. Le sue sponde sono una galleria d’arte a cielo aperto, ricoperte da murales e graffiti in continuo cambiamento. D’estate si trasforma in una spiaggia cittadina: le persone del posto stendono tonnellate di sabbia fine, montano sdraio e i barman servono cocktail mentre i DJ suonano fino a tarda notte.

Ma il Danubio, è davvero blu? No, quando Johann Strauss compose il suo celebre valzer, il fiume non era affatto blu (e non lo è oggi, tende piuttosto al verde-marrone). Il titolo era un omaggio poetico a una poesia di Karl Beck ma la musica fu così potente da stampare nell’immaginario collettivo un colore che non esiste.

Ogni estate, l’isola ospita il Donauinselfest, il festival musicale all’aperto più grande d’Europa e gratuito che attira oltre due milioni di persone in tre giorni. Altra curiosità: secoli fa, il fiume era costellato di giganteschi mulini montati su barche che sfruttavano la forte corrente per macinare il grano direttamente sull’acqua.

Un pomeriggio, dopo aver girovagato in lungo e in largo per le strade di Vienna, ho staccato la spina e mi sono lasciata cullare dal ritmo lento del fiume. Una crociera al tramonto sul Danubio: mentre la nave si staccava lentamente dal molo, la luce calda del tardo pomeriggio cominciava a riflettersi sull’acqua. Mi sono accomodata su uno dei divanetti nelle eleganti sale interne climatizzate dalle grandi vetrate mentre la skyline di Vienna iniziava a sfilare davanti ai miei occhi. E poi, a un certo punto, ho ordinato un pezzo di storia: una sfoglia croccante come un foglio di pergamena che racchiude un cuore caldo, profumato di cannella, mele succose e uvetta. Lo strudel di mele viennese (Apfelstrudel) non è solo un dolce, è un incredibile viaggio nel tempo che unisce imperi, guerre e segreti di pasticceria.

Tutto inizia nei palazzi dei sultani ottomani. I soldati turchi portavano nei loro zaini un antenato dello strudel: una sfoglia leggera che si conservava a lungo durante le campagne militari. Nel XVI secolo, gli ottomani dominano l’Ungheria. Qui i pasticceri locali si appropriano di quella pasta sottilissima, trasformandola da salata a dolce. Nel 1699, con il passaggio dell’Ungheria sotto la corona d’Austria, il dolce conquista i salotti aristocratici di Vienna. I pasticceri di corte lo perfezionano e lo battezzano Strudel, che in tedesco significa letteralmente “vortice”, per via della sua ipnotica spirale di ripieno. La vera pasta tirata dello strudel viennese (Strudelteig) è un’opera d’arte. I maestri pasticceri tramandano una regola ferrea: l’impasto deve essere steso a mano fino a diventare così sottile e trasparente da potervi leggere un giornale attraverso.

La ricetta è un segreto di stato fino al 1696, anno in cui appare per la prima volta in un manoscritto anonimo. Ma la consacrazione ufficiale arriva nel 1827 con il ricettario di Anna Dorn, che lo trasforma nel simbolo della pasticceria viennese. Per i viennesi la perfezione sta nel contrasto. Il ripieno non è solo frutta: le mele (rigorosamente aspre) vengono avvolte nel pangrattato tostato nel burro, che assorbe i succhi in cottura e crea una consistenza paradisiaca.

Ritornata sulla terraferma, questa crociera mi ha lasciato addosso il profumo della storia, il ritmo di un valzer lento e la dolcezza intramontabile di una fetta di Strudel.

#sìviaggiare #almenounagioiaalgiorno

Letizia Guagliardi

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑