Dalla tela allo schermo: come abbiamo barattato l’eternità con un “like”

Il post di domenica scorsa si chiudeva con questa domanda: cos’è cambiato dai ritratti dell’800 ai nostri selfie? Come promesso, ecco la risposta.

Il contrasto tra i ritratti dell’800 e i selfie moderni si gioca tutto sul concetto di verità. Anche se entrambi cercano di mostrare il lato migliore del soggetto, lo fanno con motivazioni e definizioni di “autenticità” completamente opposte.

L’intento principale del ritratto era monumentale e celebrativo. Posare per un ritratto (pittorico o fotografico) era un evento raro, costoso e solenne. L’obiettivo era creare un’immagine definitiva e senza tempo, destinata a durare per generazioni e a testimoniare lo status sociale o la virtù morale del soggetto.

L’intento, oggi, è comunicativo, relazionale e immediato. Non si scatta un selfie per i propri nipoti ma per i propri follower o amici in quel preciso istante. Serve a dire “Io sono qui, adesso, e sto facendo questo”. È una narrazione quotidiana e frammentata della propria vita.

Per l’uomo dell’Ottocento, l’immagine autentica non era quella formata da un’espressione casuale o transitoria. L’autenticità risiedeva nel mostrare la versione ideale di se stessi. La rigidità della posa, la serietà del volto (dovuta anche ai lunghi tempi di esposizione) e la scelta di abiti e oggetti simbolici servivano a far emergere l’essenza profonda e decorosa della persona.

Young man sitting in an old artist's studio with a portrait painting of him on an easel


Oggi l’autenticità coincide (almeno in teoria) con la spontaneità, l’emozione del momento e la disinvoltura. Tuttavia, si tratta di un’autenticità paradossale: i selfie vengono spesso ripetuti decine di volte, studiati nei minimi dettagli e modificati con filtri digitali o software di editing. Cerchiamo di apparire naturali attraverso una posa altamente costruita.

Young woman in floral dress dancing in historic European square with old buildings

Nell’800 ci si metteva in posa per congelare l’identità in un’unica immagine eterna; oggi usiamo il selfie per fluidificare l’identità, aggiornandola continuamente per stare al passo con il flusso dei social network. Fluidificare l’identità significa liberare l’immagine di se stessi da una forma fissa, rigida e definitiva, trasformandola in qualcosa in continuo movimento, aperto al cambiamento e adattabile al momento. Mentre in passato l’identità sociale era stabile e legata a ruoli precisi (il lavoro, la famiglia, lo status), oggi la percepiamo come un flusso in costante evoluzione.

Oggi non esiste più un’unica immagine pubblica che ci rappresenta. Online e offline, l’identità si moltiplica a seconda del contesto: i video di TikTok o i profili privati esprimono ironia, vulnerabilità o sfoghi spontanei; il profilo LinkedIn mostra la versione professionale e formale; le storie di Instagram mostrano il lato estetico, i viaggi e il tempo libero.

In passato, l’identità visiva era racchiusa nel ritratto di famiglia appeso in salotto per decine e decine d’anni. Oggi l’identità digitale ha una data di scadenza brevissima: una storia su Instagram dura solo 24 ore prima di sparire; i selfie vengono aggiornati continuamente per dimostrare che siamo attivi, al passo con i trend e in costante mutamento; cambiare l’immagine del profilo o l’estetica del proprio feed è un modo per comunicare che siamo “persone nuove”. Altre differenze?

Il fattore tempo: siamo passati dalla pazienza all’istantaneo – Un dipinto dell’800 richiedeva mesi o anni di lavoro: il soggetto, come abbiamo letto nel precedente post, doveva posare immobile per sessioni di diverse ore; il selfie richiede una frazione di secondo per lo scatto e pochi istanti per la modifica e la pubblicazione.

Il fattore costo: dal lusso estremo siamo passati alla gratuità – I dipinti dell’800 erano beni di lusso accessibili solo a nobili e ricchi borghesi. Comprendevano il compenso per l’artista, i materiali (tele e pigmenti rari) e la cornice. Il selfie ha un costo marginale pari a zero: sfrutta dispositivi come lo smartphone, già in possesso dell’utente e non consuma risorse fisiche.

Le conseguenze di questa evoluzione: Nell’800 si produceva un solo ritratto per tutta la vita, studiato nei minimi dettagli. Oggi si scattano decine di selfie al giorno, scartando quelli che non ci piacciono con un tocco.

Smiling woman in mustard sweater viewing photos on smartphone in café

Valore emotivo – Il dipinto era un cimelio monumentale destinato a durare nei secoli. Il selfie è un contenuto volatile, spesso destinato a scomparire o a essere dimenticato nel rullino fotografico. In pratica, siamo passati dalla sacralità del ricordo eterno all’ansia da approvazione istantanea.

Il quadro, insomma, non era fatto per il presente ma per il futuro. Serviva a dire “io sono esistito” ai figli e ai nipoti, sfidando il tempo e la morte. La distanza temporale tra le sessioni di posa e l’opera finita creava un senso di riverenza. Vedersi dipinti generava stupore, orgoglio e un forte senso di dignità familiare. Il quadro era un pezzo unico e tangibile. Perderlo o vederlo distrutto significava cancellare un pezzo di storia familiare.

Marble fireplace with burning fire beneath an ornate framed portrait of a Victorian man

Il selfie sposta tutta la carica emotiva sul momento presente e sulla reazione degli altri.

L’emozione principale è legata al “qui e ora”. Serve a comunicare uno stato d’animo immediato (felicità, noia, divertimento) a una cerchia di persone. Il valore emotivo si è spostato dall’oggetto alla sua ricezione. La gratificazione non deriva dallo scatto in sé ma dai commenti e dalle reazioni online, generando spesso ansia da prestazione sociale (dipendenza dai “Like”). Il selfie è usa e getta. Se un’immagine non riceve l’attenzione sperata, viene emotivamente “svalutata” in pochi minuti e rimpiazzata da un’altra.

In sintesi, il ritratto curava il legame emotivo con la Storia e con la propria dinastia. Oggi il selfie cura il legame emotivo con la propria rete sociale e con l’approvazione del momento.

Ma la vera differenza, ammettiamolo, sta tutta nella nostra capacità di sopportazione. Nell’Ottocento un nobile era disposto a rimanere immobile per settimane su una sedia scomoda, sfidando i crampi pur di tramandare ai posteri un’espressione fiera e intellettuale.

Oggi, noi non riusciamo a stare fermi nemmeno tre secondi senza cambiare quattordici filtri, tutto questo per regalare al mondo la nostra migliore versione che finirà sommersa nel dimenticatoio digitale dopo appena ventiquattr’ore. La verità? Un selfie mente più di un dipinto dell’800.

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Letizia Guagliardi

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