“Felici insieme”

“Felici insieme” è lo slogan scelto quest’anno per la Giornata Internazionale della Felicità, celebrata il 20 marzo.

“In questo momento di incertezza e conflitti, il tema di quest’anno ci ricorda che la felicità duratura deriva dal sentirsi connessi agli altri e dall’essere parte di qualcosa di più grande”, spiegano gli organizzatori della Giornata, coordinati da Action for Happiness, un movimento no-profit di persone provenienti da 160 Paesi.

Ognuno di noi ha come obiettivo la felicità, lo sappiamo, ma sappiamo anche come essere felici? Di cosa abbiamo bisogno davvero? L’esperienza ce lo ha dimostrato: servono pochi e semplici gesti:

ASCOLTARE senza giudicare

DONARE il nostro aiuto agli altri (inclusi il nostro tempo, i consigli e le parole incoraggianti)

SORRIDERE ed ESSERE GENTILI

CONDIVIDERE le nostre esperienze, quelle belle e utili che ispirano gli altri

AVERE UN BUON EQUILIBRIO fra vita personale e lavoro

PORSI degli obiettivi, anche piccoli, che siano in grado di migliorare la nostra vita e quella degli altri

AVERE SANE RELAZIONI – familiari, amici e colleghi

 Le persone socievoli, altruiste, curiose e aperte a nuove esperienze rivelano livelli di felicità più elevate.

A proposito di lavoro, una classifica ha messo in risalto gli impieghi più felici al mondo: sono quelli legati all’arte, alla cura e alla formazione del prossimo.

Le azioni che ho elencato prima (ma ce ne sono anche altre) sono efficaci perché, ripetute ogni giorno, vanno a formare uno stato di benessere e di gratificazione. In pratica, ci fanno sentire utili e motivati.

E siamo noi a compierle, se lo vogliamo. E quindi la domanda è:

la felicità dipende da circostanze esterne o da noi stessi?

Perché ci sono persone che sembrano più felici di altre, sorridono spesso, sono positive e non si scoraggiano mai, anche quando affrontano qualcosa di spiacevole? E perché altre persone che, pur avendo tutto per essere felici, sono sempre depresse, si lamentano di continuo e brontolano per ogni cosa?

La risposta è una soltanto: sta a noi impegnarci per creare la nostra felicità. Siamo noi che dobbiamo alimentare i circuiti della gioia e far morire di fame quelli della tristezza. Più lavoriamo sulla gioia, più siamo felici. Ed è vero anche il contrario: più alimentiamo i percorsi del dolore, più ci sentiamo giù.

Le scoperte delle neuroscienze ci aiutano in questo: il cervello può sempre modificarsi, anche quando siamo già adulti. Un tempo, infatti, gli scienziati pensavano che quest’organo, come le ossa, terminasse la sua crescita alla fine della pubertà. E’ vero, invece, il contrario: tutte le volte che impariamo o sperimentiamo qualcosa modifichiamo i collegamenti nel nostro cervello, le cui cellule si organizzano in modi sempre più nuovi e più complessi. Questo ci suggerisce che, con l’allenamento giusto, possiamo migliorare la nostra capacità di essere felici, possiamo aumentare la nostra disposizione naturale ai sentimenti positivi nello stesso modo in cui impariamo, per esempio, una lingua straniera: con l’esercizio.

Facile a dirsi ma… in pratica, come ci si allena alla felicità?

A questo proposito può farci riflettere la parte finale di un racconto degli indiani Cherokee:

Ognuno dentro di noi ha due lupi.

Il primo si chiama rabbia, rancore, odio, infelicità, paura.

Il secondo si chiama: amore, speranza, gioia e generosità.

Ogni giorno questi due lupi lottano dentro di noi e… sai chi vince alla fine?

Quello a cui tu hai dato da mangiare!

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Siamo noi, dunque, che scegliamo cosa fare e, quindi, un ruolo molto importante lo svolge la CONSAPEVOLEZZA.

Possiamo trascorrere le 24 ore a nostra disposizione ogni giorno dedicandoci a cose che non ci fanno crescere né migliorare:

a quei passatempi che, alla fine, ci lasciano con qualche scrupolo e con la sensazione di non aver concluso niente di utile;

a quelle polemiche inutili, alle chiacchiere frivole, ai pettegolezzi, alle lamentele varie e così via;

a crogiolarci nei rimpianti e nei rimorsi, a guardare sempre ai nostri errori perdendo così di vista il nostro presente e, purtroppo, anche il nostro futuro.

Il nostro primo lupo, quello che mangia solo cibo-spazzatura, è lì che ci aspetta, ogni giorno, con la bocca aperta, sempre affamato, sempre insaziabile.

Oppure… possiamo scegliere di alimentare il nostro secondo lupo. Anche lui ci aspetta, ogni giorno, ma con amore e pazienza. Lui mangia solo cibo buono e genuino, preferisce le primizie, meglio se a chilometro zero. Le nostre 24 ore possiamo dedicarle a quelle attività che ci arricchiscono la mente, il cuore e l’anima, che migliorano sempre più i nostri cinque sensi, che fanno riemergere le nostre emozioni, che portano alla luce i nostri talenti e ci danno la possibilità di produrre frutti buoni nel luogo in cui siamo piantati.

Ogni giorno, dunque, sta a noi scegliere:

a quale dei due lupi daremo da mangiare?

Letizia Guagliardi

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