I pregiudizi sono diminuiti? E chi decide cosa è normale o cosa non lo è? Qual è la vera cecità?
Queste le domande che abbiamo incontrato durante un altro bel viaggio nel mondo dei libri nel Circolo Culturale “Zanotti Bianco” di Mirto Crosia, nell’ambito del “Viaggio nella lettura”, rassegna coordinata dal sociologo dott. Antonio Iapichino.
Il libro da cui siamo partiti è un racconto, un volumetto di circa 64 pagine considerato un capolavoro della letteratura fantascientifica: “Il paese dei ciechi” di Herbert George Wells, pubblicato nell’aprile del 1904.

Ecco, in breve, la trama. Núñez, un alpinista, precipita in una valle andina isolata, abitata da una comunità cieca da generazioni. Convinto di poterli dominare, Nunez scopre invece che i ciechi considerano la vista una malattia o una follia e lo relegano a lavori umili, ignorando la sua superiorità. I pregiudizi sulla normalità e l’anormalità vengono completamente ribaltati. La comunità isolata nelle Ande ha ristrutturato la propria esistenza basandosi esclusivamente su udito, tatto e olfatto. La loro è una società funzionale ma chiusa al diverso.
La loro “cecità” diventa così una “normalità” che impone la conformità, rendendo la vista un’aberrazione da curare. Gli occhi dell’alpinista sono definiti “strani”, le palpebre mobili e le ciglia sono viste come fonti di irritazione e instabilità perché lui ha la “mania” di parlare di cose inesistenti come il cielo o le stelle. E qui il racconto mostra le difficoltà dell’integrazione: la comunità dei ciechi non accetta il punto di vista di Nuñez e lo considera un elemento pericoloso, in grado di inquinare la loro cultura.
Nel loro mondo, quindi, la normalità è definita dalla cecità. Di conseguenza, il “normale” è chi si muove agilmente di notte e lavora al buio, mentre “anormale” è chi, come Núñez, inciampa e ha bisogno della luce. Il proverbio latino medievale Beati monoculi in terra caecorum – Nel paese dei ciechi, l’uomo con un occhio solo è re – viene capovolto. Questa espressione si usa per dire che anche un mediocre sembra un genio se posto a confronto con chi è peggio di lui. E così Núñez scopre che la sua abilità è in realtà una “menomazione” in un ambiente strutturato per non vedenti perchè lo rende goffo e inetto.
Il pregiudizio è così radicato che, per poter vivere pienamente nella comunità e poter sposare una donna del luogo, che lui ama, la società gli impone un atto finale per allinearlo alla “normalità” e guarirlo dalla vista: la rimozione chirurgica degli occhi e accettare di negare la realtà del suo mondo. E così lui si trova davanti a un bel (anzi, brutto) dilemma: conformarsi (e perdere la propria essenza) o restare fedele a se stesso (e rimanere isolato)?
E allora ecco la risposta alla domanda chi stabilisce cosa è normale e cosa è anormale?: principalmente la società, la cultura e i contesti storici, che determinano attitudini e comportamenti ritenuti opportuni. Il concetto di normalità è dinamico e soggetto a cambiamenti nel tempo, non rappresenta un valore assoluto ma una costruzione sociale e statistica: ciò che devia dalla media o dalla maggioranza della popolazione è spesso considerato anormale. Come vediamo in questo racconto, è difficile per il malcapitato alpinista portare una prospettiva diversa in una società strutturata sulla negazione di tale prospettiva.
E arriviamo al nocciolo della questione: la vera cecità non è fisica ma ideologica. La comunità non accetta il diverso (il vedente) e cerca di conformarlo forzatamente. Il pregiudizio crea una visione distorta della realtà, in cui l’uguaglianza è imposta attraverso l’annullamento della differenza. La diversità è soggettiva. Il pregiudizio nasce dalla chiusura mentale e dall’incapacità di vedere oltre la propria esperienza. Esempi comuni includono l’idea che le donne siano meno adatte alla guida, alle materie scientifiche (STEM) o a ruoli dirigenziali.
I pregiudizi, oggi, sono diminuiti? Niente affatto. Si sono evoluti. Nonostante una maggiore consapevolezza sociale, si sono trasformati da forme esplicite e dirette a forme più sottili, implicite e “moderne”.
Un esempio è il razzismo avversivo. Il razzista avversivo non è consapevole dei propri pregiudizi impliciti e si considera sinceramente egualitario e privo di ostilità consce verso le minoranze. Questa forma ambivalente di pregiudizio porta ad agire in modo discriminatorio solo in situazioni ambigue e a mantenere un’immagine di sé positiva e non razzista. Esempi? Eccone alcuni.
Il razzista avversivo mostra un comportamento educato ma freddo, formale o distaccato verso persone di etnie diverse e preferisce interagire solo con persone del proprio gruppo per evitare l’ansia sociale; fa commenti sottili che comunicano disprezzo o invalidazione, come: “Parli molto bene la nostra lingua” (sottintendendo sorpresa) o “Non sembri nemmeno [etnia]”;
un manager che, pur dichiarandosi favorevole all’uguaglianza, tende a favorire candidati del proprio gruppo etnico, giustificando la scelta con la “mancanza di fit culturale” del candidato di minoranza;
riviste di moda che modificano le foto di attrici o modelle di successo schiarendone la pelle per allinearle a canoni di bellezza occidentali, trasmettendo l’idea che la carnagione scura sia meno attraente o professionale;
persone che evitano di sedersi accanto a una donna con il velo o di origini etniche diverse sui mezzi pubblici, pur dichiarandosi non razziste;
professori che, pur non essendo apertamente discriminatori, offrono meno opportunità di ricerca o mentoraggio a studentesse straniere rispetto alle loro controparti bianche.
Questi comportamenti sono definiti “avversivi” perché le persone, sentendosi in colpa o a disagio, cercano di evitare situazioni che potrebbero evidenziare i loro pregiudizi inconsci.
Cos’altro apprendiamo da questo breve racconto? Che tutto è relativo. Spesso presumiamo che la nostra sia l’unica realtà possibile, proprio come Núñez che ritiene inconcepibile ammettere una concezione culturale ed esistenziale diversa dalla sua.
Un mondo diverso ha anche regole diverse. Tutto dipende dalla prospettiva con cui guardiamo le cose e qui mi viene in mente il famoso esempio del numero 6/9 disegnato a terra: la persona che sta da un lato vede un “6”, quella di fronte vede un “9”. Ecco altri esempi.
Sfida vs opportunità: di fronte a un trasferimento lavorativo in un’altra città, una persona che cerca stabilità vedrà la situazione come una minaccia, mentre una persona che cerca avventura la vedrà come un’opportunità di crescita.
ll bicchiere mezzo pieno/vuoto: un ottimista interpreta lo stesso evento (es. un progetto concluso al 50%) come un traguardo positivo, mentre un pessimista lo interpreta come una mancanza.
Genitori vs figli: una regola restrittiva è vista dal genitore come “protezione” e dal figlio come “limitazione della libertà”.
In sintesi: la realtà esterna rimane la stessa ma il modo in cui viene percepita è soggettivo e modellato da chi guarda.
Ma torniamo al racconto: i ciechi si sono adattati alla valle e hanno sviluppato i restanti sensi a tal punto da creare una società funzionale e laboriosa. Loro hanno stabilito che essere vedenti è anormale e questo ci dice che un’abilità o un talento (come la vista) non sono privilegi in sé ma acquistano valore solo se il contesto in cui si vive li riconosce come utili. Nuñez, convinto di essere superiore, si ritrova inetto e considerato “malato” dai ciechi perché non comprendono il concetto di vista.
Ne deduciamo che la realtà è una costruzione mentale: l’occhio vede solo ciò che la mente è pronta a comprendere. Per i ciechi di questo racconto, il mondo è limitato alla valle, non comprendono concetti come “cielo” o “orizzonte”, e quindi arrivano a credere che la loro visione del mondo sia l’unica reale.

Dalla sua prospettiva, invece, l’alpinista Núñez ha la presunzione di chi si sente “superiore” ma viene messo in discussione quando il suo punto di vista non è condiviso o riconosciuto dalla maggioranza. Questo ci insegna che ciò che chiamiamo “saggezza” o “capacità” è relativo all’ambiente in cui ci troviamo e che l’arroganza della propria prospettiva può portare a malinterpretare la realtà.
Insomma, davvero tanta roba su cui riflettere e davvero un bel viaggio fra le sue pagine di questo libro, insieme a persone entusiaste di condividere e di scoprire cose nuove.
È stato interessante anche fare i giochi di ruolo proposti da Maria Antonietta Ruperto:
Mettersi nei panni di Núñez per comprendere come ci si sente a essere diversi e riflettere:
- come ci si sente quando gli altri non capiscono chi siamo o il nostro punto di vista?
- Cosa succede quando giudichiamo qualcuno solo dall’apparenza?
- Come avrebbe potuto Núñez aiutare gli abitanti del villaggio a capire il mondo esterno senza litigare o essere giudicato?
Sono riflessioni utili per ognuno di noi per superare pregiudizi, conflitti e incomprensioni. Per scorgere i veri bisogni dietro una critica accesa o una richiesta rigida. Per aprirsi verso prospettive diverse e valorizzare la diversità come opportunità di apprendimento.
I viaggi sono esperienze che ci trasformano e arricchiscono la nostra anima. Sia quelli reali che quelli letterari.
Al prossimo viaggio!
#ilibrisonopericolosi #viaggionellalettura
Letizia Guagliardi
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